Baraonda energetica, II: il solare

Il Sole! La nostra stella! La nostra grande stella, che poi, a ben guardare, tanto grande non è… ma forse è meglio, perché dopo 5 miliardi di anni di vita ne ha circa altrettanti davanti, mentre altre stelle nascono e muoiono nel giro di qualche milione di anni, di fatto impedendo la nascita della vita. E comuque non è neppure così piccola, dato che nella cinquantina di sistemi stellari entro i 17 anni luce di distanza da noi, il Sole è la quinta stella più luminosa dopo Sirio, Altair, Procione ed Alpha Centauri.

Il Sole splende nel nostro cielo in maniera prepotente ed incurante di ciò che succede nel nostro pianeta, emettendo in un solo secondo la quantità di energia che tutte le centrali elettriche della Terra produrrebbero in oltre due milioni di anni. Ovviamente, però, solo una minima parte di questa potenza arriva sulla Terra: si tratta di ben 174 400 TW (terawatt, cioè mille miliardi di watt), quando tutto il mondo ha bisogno di una potenza media di appena 16 TW circa. Cioè, neanche di una parte su diecimila… In realtà, di tutta quella potenza solo la metà circa arriva effettivamente al suolo, mentre il resto viene riflesso nello spazio o assorbito dall’atmosfera, ma è sempre un quantitativo enorme.

Ma, come è naturale, è difficile avere una dovuta comprensione di questi dati. Meglio rispondere subito: quanta di questa energia possiamo sfruttare? È presto detto: il progetto PVGIS della Comunità Europea ci viene incontro e ci dice che a Roma, come media in un intero anno, su ogni metro quadro di suolo arrivano 4.041 kWh di energia dal Sole ogni giorno. Cioè, neanche 170 W di potenza, su un metro quadrato di superficie. Rispetto ai numeri stratosferici snocciolati poco fa, questi sembrano davvero poca roba. Intendiamoci, non sono poi malaccio: è come se ci fosse una lampada alogena sempre accesa in ogni metro quadrato dei dintorni di Roma! È un sacco di energia che ci viene fornita gratis, e dobbiamo solo trovare un modo di recuperarla. Il grande quesito ora è: come?

Pannelli fotovoltaici (da Wikipedia)

Pannelli fotovoltaici (da Wikipedia)

Un modo per produrre direttamente elettricità è quello di utilizzare i pannelli fotovoltaici. Si tratta di un sistema che trovo molto elegante per produrre elettricità, perché estremamente diretto e modulare (cioè, è possibile costruire impianti di qualsivoglia dimensione). Molte persone indicano questo metodo come il futuro della produzione di energia elettrica, tralasciando alcuni particolari: in primis, il fotovoltaico è estremamente costoso, nell’ordine del migliaio di euro per ogni metro quadrato di pannelli installati; in secondo luogo, l’efficienza dei pannelli commercialmente venduti è relativamente bassa, tra l’8% ed il 16%, e ciò vuol dire che solo una piccola parte di quei 170 W per metro quadrato vengono effettivamente convertiti in potenza elettrica (i pannelli delle applicazioni aerospaziali raggiungono efficienze dell’ordine del 40%, ma grazie a materiali estremamente costosi ed inquinanti). Per fare i conti, una centrale fotovoltaica che produca una media di 1 GW (gigawatt, un miliardo di watt) nell’arco di un anno, supponendo un’efficienza dei pannelli del 15%, nei dintorni di Roma dovrebbe occupare ben 40 ettari, e costare la cifra esorbitante di 40 miliardi di euro… Cioè, più della manovra economica di Padoa Schioppa nel 2007!

Senza ancora aver menzionato il fatto che è necessario un inverter per convertire la corrente continua proveniente dai pannelli nella comune corrente alternata della rete elettrica, con un’ulteriore perdita del 10% circa, e che i pannelli fotovoltaici perdono circa l’1% di resa ogni anno, credo che sia chiaro che il fotovoltaico non può essere, attualmente, un metodo economicamente valido per la produzione di massa di energia elettrica, e non lo sarà nemmeno nei prossimi decenni. Non finché i costi saranno così elevati e le efficienze così basse. I pannelli fotovoltaici hanno il loro perché nelle piccole apparecchiature volte a soddisfare le esigenze elettriche di piccoli utilizzatori distaccati dalla rete elettrica, non di più.

2)Serbatoio di accumulo; 4)Pannello di assorbimento (da Wikipedia)

2)Serbatoio di accumulo; 4)Pannello di assorbimento (da Wikipedia)

Molti dei pannelli solari che vediamo già oggi installati sui tetti delle case, invece, sono dei collettori solari termici, il cui scopo è quello di riscaldare l’acqua contenente in un serbatoio per fornire acqua calda all’abitazione. Non si tratta, quindi, di elettricità, ma comunque di qualcosa che si utilizza comunemente ed in abbondanza. Il costo è comunque alto, intorno ai 600-800 euro al metro quadrato (in dipendenza anche dalle dimensioni del serbatoio), e con il problema della maggior efficacia proprio quando meno serve, cioè d’estate. Tuttavia, a seconda dei casi si può arrivare ad ammortizzare l’investimento (cioè, a risparmiare tanti soldi quanti sono stati necessari per comprare l’impianto) in 3-8 anni, quando l’impianto ha una vita di circa 20 anni, e può essere un modo importante per risparmiare, soprattutto il gas per il riscaldamento: si tenga conto che l’efficienza di questi impianti si aggira intorno al 70%, cioè del calore che ci arriva dal Sole sette parti su dieci vengono effettivamente trasferite al serbatoio d’acqua. Contando che riscaldamento ed acqua calda corrispondono a circa il 70-80% del fabbisogno energetico di un’abitazione italiana (il resto è elettricità), il risparmio può farsi interessante. Ma è chiaro che non è un metodo per produrre energia elettrica e non può essere sfuttato in grandi centrali, se non per qualche progetto di teleriscaldamento.

Solare termodinamico (a concentrazione)

Solare termodinamico (a concentrazione)

Un altro metodo per la produzione di energia elettrica dal sole è quello del solare termodinamico. Questo sistema riprende l’antichissimo concetto degli specchi parabolici per concentrare i raggi solari su un tubo contenente una miscela di oli o sali, in grado di raggiungere la temperatura di circa 400-550 °C. Tale miscela viene poi coinvogliata nelle turbine per la produzione di corrente, e quindi reimmessa nell’impianto. In totale, l’efficienza della centrale si attesta intorno al 15%, simile a quella dei sistemi fotovoltaici, ma a costi più contenuti (meno della metà). Si tratta, però, sempre di costi molto elevati.

Un vantaggio di queste centrali, rispetto al fotovoltaico, è che la produzione è molto più stabile perché i sali vengono tenuti in tubi coibentati e può lavorare anche durante la notte; tra gli svantaggi, oltre ai costi già citati, c’è la grande occupazione del territorio e la parziale perdita della modularità dell’impianto. Al mondo, esistono pochi esempi di queste centrali, tutte di recente costruzione. L’americana Nevada Solar One produce una media di 15.3 MW di potenza elettrica, su una superficie di 160 ettari. Per coprire il fabbisogno di elettricità italiana ci vorrebbero più di 2500 centrali di questo tipo, con una superficie complessiva di 4000 chilometri quadrati (quasi quanto il Molise) ed un costo ancora astronomico (basti pensare che gli Statunitensi hanno speso 266 milioni di dollari per il Nevada Solar One).

La più recente centrale spagnola di Andasol-1, indicata spesso come esempio per un futuro sfruttamento dell’energia solare, ha una potenza media di circa 18 MW, occupa circa 2 chilometri quadrati di superficie ed è costata 310 milioni di euro. Non sono affatto valori più concorrenziali della sopra citata centrale americana. Il nostro premio Nobel Carlo Rubbia negli ultimi anni ha spinto molto nella direzione del solare termodinamico, collaborando durante la sua presidenza dell’ENEA con il Progetto Archimede dell’ENEL, che mira a costruire un impianto termodinamico da 40 MW installati a Priolo Gargallo (Siracusa). Rubbia ha anche immaginato scenari per cui ricoprendo la Sicilia con tali impianti si può soddisfare il fabbisogno elettrico italiano, ma dal momento che i costi sono del tutto improponibili la sua affermazione non si riduce ad altro che una sparata pubblicitaria cui far abboccare i meno informati tra politici ed attivisti.

Allora, dopo tutto questo discorso sull’energia solare, cosa possiamo concludere? È presto detto:

  1. La produzione di massa di elettricità tramite pannelli fotovoltaici occuperebbe grandissime superfici, dell’ordine di chilometri quadrati, e con costi proibitivi, circa 40 volte quelli di una centrale a carbone.
  2. Il solare termico è comodo e può risultare conveniente anche a medio termine, ma può produrre solo acqua calda ed in grandi impianti può funzionare solo come teleriscaldamento.
  3. Il solare termodinamico, invece, ha ancora problemi di estensione occupata, sempre nell’ordine dei chilometri quadrati, ed ancora costi di costruzione elevatissimi, circa 17 volte quelli di una centrale a carbone.

Delusi? Sì, francamente lo sono anche io. Personalmente credo che ci sia ancora tanto, tantissimo lavoro da fare, tanta ricerca da effettuare. Il problema, però, è il tempo: già da oggi abbiamo il barile di petrolio a sfiorare i 150 $ ed il gas naturale sempre più caro. È evidente che al momento non possiamo permetterci di sfruttare il solare per generare elettricità in percentuali che siano minimamente significative, ma ci si chiede allora quando questo sarà possibile. E nel frattempo che facciamo? Beh, ci sono ancora tanti modi per produrre energia…

Baraonda energetica, I

Era da tempo che volevo parlare di fonti di energia e di approvigionamento energetico, in ottica principalmente futura. L’argomento è quanto mai non solo “di moda”, perché la questione è di un’importanza che va oltre la moda, ma proprio di interesse nazionale. Il prezzo del petrolio ha raggiunto livelli che solo due anni fa avremmo definito da capogiro, i carburanti sono sempre più salati, e di conseguenza i trasporti incidono sempre di più sui prezzi finali, col risultato di avere un’inflazione al 3.8% senza avere una crescita economia che lo giustifichi (e dunque anzi ne risente terribilmente). Senza contare, poi, i costi dell’elettricità e del gas per il riscaldamento e per la cucina.

Questo sarà il primo di una serie di articoli che voglio scrivere sull’argomento, perché sento che in giro c’è parecchia disinformazione, che riguarda soprattutto la comprensione delle cifre in gioco, che invece giocano un ruolo fondamentale nella progettazione di un piano nazionale energetico decente nei prossimi decenni. Il premier Silvio Berlusconi negli ultimi mesi ha rilanciato l’opzione nucleare per la produzione di energia in Italia; ma sempre più spesso si parla di “energie rinnovabili” (vedremo poi cosa vuol dire), come il solare e l’eolico, e dell’utilizzo di idrogeno al posto di benzina e gasolio; ed ancora di biocarburanti, termovalorizzatori, risparmio energetico e tutta una serie di concetti conciati alla bell’e meglio dai media italiani, per cui uscirne con le idee confuse può essere comprensibile.

Cominciamo innanzitutto col distinguere il concetto di energia, che viene intuitivamente compreso praticamente da tutti come “quantità di sforzo” usato da una persona od un apparecchio, da quello di potenza, che talvolta viene spesso confusa con l’energia e che invece è la quantità di energia che viene fornita o consumata nell’unità di tempo. Affermare quindi che un apparecchio è più potente di un altro, o che assorbe più potenza, significa rispettivamente che può fornire uno sforzo energetico maggiore, o può consumare una quantità di energia maggiore, in un secondo (o in un’ora, un mese, un anno…) rispetto all’altro.

Secondo il Sistema internazionale, l’unità di misura della potenza è il watt, con simbolo W, così chiamata in onore del fisico scozzese James Watt. È comune trovare quest’unità di misura in relazione alle lampadine ed alla loro capacità di illuminare; ma anche relativamente agli elettrodomestici in generale, come un forno a microonde, un asciugacapelli, un aspirapolvere, e pure un frigorifero, un televisore, una radiosveglia. Gli allacci elettrici più comuni forniscono ad ogni abitazione una potenza massima di 3 kW (cioè tremilla watt). Questo significa che la somma della potenza consumata dagli apparecchi e dalle lampadine di una casa non può superare i 3 kW, pena il distacco automatico della fornitura elettrica (e la noiosa pratica di dover riattivare il contatore… al buio, pure).

Invece, in ambito automobilistico (ed in generale motoristico), si rimane fedeli all’utilizzo del cavallo vapore (con simbolo HP, o spesso in Italia CV), corrispondente a circa 745.7 W, per indicare la potenza meccanica fornita da un motore. Questo significa che anche un’utilitaria, come può essere ad esempio la recente Fiat 500 1.2 che ha un motore da 69 HP e quindi 51 kW, è in grado di fornire una potenza ben 17 volte superiore a quella che il gestore elettrico fornisce comunemente alle abitazioni. C’è da ricordare, ovviamente, che in un caso si tratta di potenza elettrica e nell’altro meccanica, e trasformare quest’ultima nella prima è un’operazione con un’efficienza al più del 65% in impianti industriali (cioè, il 65% diventa elettricità ed il restante 35% se ne va in calore); mentre l’operazione inversa ha un’efficienza di oltre il 95%, e dunque anche da questo si capisce come l’elettricità sia una forma di energia grandemente più pregiata rispetto a quella meccanica e, soprattutto, quella termica, oltre che per gli ovvi motivi di praticità e trasportabilità.

L’unità di misura dell’energia è il joule, pronunciato comunemente “giàul” (anche se sarebbe più corretto dire “giùl”, /ˈdʒuːl/, dal fisico inglese James Prescott Joule) ed indicato con il simbolo J. Tuttavia, negli impieghi più comuni non viene usato quasi mai il joule, quanto piuttosto, in ambito soprattutto alimentare, la chilocaloria (o “grande caloria”, o più comunemente ed erroneamente solo “caloria”), con simbolo kcal, corrispondente a 4186.8 joule; ed in ambito più propriamente elettrico il kilowattora, con simbolo kWh, corrispondente a 3.6 milioni di joule. Per i condizionatori d’aria si usa anche il Btu/h, dove un Btu è una british thermal unit, unità britannica di calore, definita in maniera simile alla caloria ma con le unità di misura tipiche anglosassoni. Un Btu equivale a circa 1055 joule. Questo dato però non si riferisce al consumo dell’apparecchio (che può essere anche inferiore, nei modelli più efficienti), ma alla sua capacità di raffreddare o riscaldare l’aria, cioè di immettere o portare via energia termica dall’aria.

Il kilowattora è l’energia consumata da un apparecchio della potenza di 1 kW in un’ora esatta. O da un phon da 1500 W in 40 minuti, o da un condizionatore da 2 kW in mezz’ora, o da un forno a microonde da 750 W in un’ora e venti minuti alla massima potenza. Un kWh, in Italia, costa ad un utente privato circa 19 centesimi di euro. Per fare il paragone con la 500 menzionata sopra, supponendo che consumi un litro di benzina ogni 20 km alla velocità di 60 km/h, e dunque un litro in 20 minuti, si ha che con quel litro ha fornito 51 kW per un terzo di ora, cioè 17 kWh. Supponendo che un litro di benzina costi 1.50 euro, allora un kWh prodotto dal motore della macchina ci costa circa 9 centesimi di euro (ma, ripeto, si tratta di energia meccanica).

Per ora, concentriamoci sul fabbisogno di elettricità delle case e delle industrie italiane. Secondo l’ultimo recente rapporto Terna, nel 2007 l’Italia ha consumato 339.9 TWh (terawattora, cioè miliardi di kWh) di energia elettrica, in aumento dello 0.7% rispetto al 2006. Questo quantitativo, che è talmente grande da essere difficile da immaginare, è comunque circa un settimo dell’energia totale consumata in Italia, e circa i due terzi del fabbisogno di carburante per l’autotrazione, cioè per le auto, i camion, i treni diesel, gli aerei.

Di questi 339.9 TWh di energia elettrica consumati dall’Italia, che corrispondono ad una potenza consumata media di 38.7 GW, solo 293.6 provengono dal nostro territorio, ed i restanti 46.3 (il 13.6% del totale) sono acquistati dall’estero. Si noti, inoltre, che ben 21 TWh di energia vengono dispersi dalla rete elettrica. E non si tratta del solito “spreco all’italiana” (o almeno, solo in parte), ma di un fenomeno irrisolvibile e “fisiologico” del trasporto di energia elettrica, noto come effetto Joule (ancora lui!). Ma non è finita.

La nostra produzione di elettricità si basa per ben l’84.3% sul termoelettrico, cioè sulle centrali che sfruttano la combustione di gas, petrolio, carbone e biomasse: sono tutte fonti “deprecabili”, nel senso che sfruttano la combustione e che quindi comportano direttamente inquinamento dell’aria ed aumento dei cosiddetti “gas serra” nella nostra atmosfera. Per di più, dal momento che tale produzione è basata per il 66.1% dal gas naturale, per il 15.7% dal carbone e per l’8.2% da petrolio e derivati (per fortuna in netto calo), e che di tali materie prima l’Italia ne è assai povera, questo si traduce sostanzialmente in un’enorme importazione di tali fonti, e quindi di una colossale dipendenza dall’estero per il nostro fabbisogno di energia elettrica. Non sorprende che in Italia l’energia costi così cara.

E le fonti “rinnovabili”? Con “rinnovabile” s’intende una fonte energetica che è possibile sfruttare indefinitamente nel tempo, come nel caso del sole, del vento, dei fiumi, dei moti ondosi, del calore del sottosuolo. L’energia idroelettrica copre quasi tutto il resto del nostro fabbisogno elettrico nazionale, con il 12.6% (in forte calo rispetto al 2006 a causa della siccità, ma si spera che questo 2008 ben più piovoso riaggiusti le cose); l’energia geotermica ha contribuito nel 2007 per l’1.75%, quella eolica per l’1.3% (con una produzione in aumento del 36.1% rispetto al 2006). E l’energia solare? Parliamo di numeri talmente bassi da sembrare ridicoli: appena lo 0.013% della produzione nazionale, solo 39 GHw in tutto il 2007. Eppure, è un dato oltre 16 volte più alto rispetto al 2006. E per chi se lo chiedesse: no, non siamo un Paese con un occhio particolarmente negligente verso questa fonte di energia. Al limite, sono Germania e Giappone ad essere Paesi particolarmente fiduciosi.

Alla luce di questi dati, vorrei discutere su quali possono essere le migliori opzioni per la produzione energetica nazionale, ed anche europea, se non addirittura globale, per i prossimi decenni, ed inquadrare tutto il fenomeno all’interno del contesto economico, ambientale e politico. Nel prossimo articolo, parlerò proprio della risorsa che Italia pare essere la meno sfruttata, e sui cui in tanti ripongono immensa fiducia: il solare.

Variarte

Ascoltando Stargazer dei Rainbow, qualche giorno fa mi è venuto in mente che Ritchie Blackmore, leggendario chitarrista dei Deep Purple ed appunto dei Rainbow, nel 1990 lasciò le sonorità tipiche rock che avevano sempre contraddistinto la sua carriera per fare musica di tutt’altro stile. Blackmore conobbe la giovane e bella Candice Night ad una partita di calcio, mostrò il comune interesse per la musica medievale, se la sposò ed insieme a lei fondò i Blackmore’s Night. Un gran bell’esperimento musicale, se volete la mia opinione: dateci un’ascolto. Si va dal melodico di Ghost Of A Rose all’agitata The Storm, dal crescendo di Village Lanterne ai ricordi rock di St. Teresa. In questi giorni è uscito il loro ultimo album (Secret Voyage), ma ancora non ho avuto occasione di sentirne qualcosa.

Questo è uno schizzo che ho fatto su un soggetto che mi è stato suggerito e che ho trovato suggestivo. Carboncino su carta comune (qualcuno mi ucciderà per questo, ma non voleva essere niente di serio), però non sono sicuro di esserne soddisfatto:

Lo scorso 23 giugno è scomparso all’improvviso Claudio Capone: una delle più grandi voci italiane del mondo del doppiaggio e, soprattutto, il grande accompagnatore vocale di migliaia di servizi e documentari di Quark e programmi similari. Con quelle trasmissioni, e con quei documentari, sono cresciuto ed ho sviluppato il mio amore per la natura e la scienza. E per me la sua voce era arte.

I documentari non saranno più gli stessi senza di te. Addio Claudio, e grazie di tutto. :(

Italia no? Italia sì!

Ultimamente mi si è chiesto perché tifo l’Italia. Una domanda cui molti risponderebbero con un’espressione di perplessità, dando per scontato che il tifo per l’Italia non possa essere messa in discussione. Non voglio comunque lasciarmi niente di dogmatico, finché si tratta di mie decisioni, quindi vorrei rispondere.

Il tifo non è qualcosa che si può sempre controllare. Non sempre si può decidere a tavolino a chi dare il proprio supporto, cioè non sempre si può basare tutto su come un campione gioca in campo, su che spirito mostra, come si comporta anche fuori dal terreno di gioco. A volte lo si fa, ma non sempre. Spesso si tifa qualcuno per affezione, per tradizione, per un senso di coerenza. Ma la Nazionale…

La Nazionale no, esula da tutto questo. Perché la Nazionale rappresenta me come italiano, ed in quegli uomini in campo non vedo solo dei campioni, ma dei vicini di casa, degli ex compagni di scuola, magari dei colleghi di lavoro. Vedo chi sa che gli spaghetti non si devono cuocere per mezz’ora, o cosa ci va su una pizza. Vedo la gente che si è stretta insieme quando Falcone fu assassinato, che ha smadonnato quando è entrato l’euro nei portafogli, che sa che vuol dire quando si parla di Mani Pulite o del problema del Mezzogiorno, che si arrabbia a sentire dei politici ladri e fannulloni.

E’ tutta la mia gente, quella che mi sta intorno, e mi sento parte di loro anche se a volte mi fa girare le scatole. Anche per questo non posso fare a meno di volerle bene.

L\'esultanza dei nostri dopo il gol di De Rossi

A volte tifare la Nazionale è dura. Quando gioca male, non ha lo spirito giusto, non è umile. Ripensando agli ultimi Mondiali, però, è stato tutto il contrario. Criticati, umiliati con le parole, i nostri ragazzi hanno mostrato che non erano campioni di carta, che le vicende di Calciopoli non li rendevano meno atleti e meno uomini. Ed hanno salvato un po’ tutti noi, che già ci sentivamo lo zimbello di tutto il mondo anche nei campi di calcetto. E quella Nazionale l’ho tifata con tutte le mie forze.

E non potevo far mancare il mio appoggio a questi Europei. Siamo partiti male, malissimo. Ma abbiamo reagito da Italiani. Cioè maledicendo l’arbitro per i torti contro la Romania, ma alla fine diventando più forti di tutto e di tutti con la Francia, finalmente schiantata sul campo in una competizione ufficiale dopo ben 30 anni. E’ questa la Nazionale che voglio e che sento mia, quella che cade e si rialza, quella di Cannavaro che non torna a casa ma è lì ad esultare con la gamba infortunata, quella di Cassano che ride e scherza. E allora parte, sincero, onesto e dal cuore il coro: poooo poroppo popoooo poooo…!

Giusto due note sulla partita: grande prestazione corale, come non se ne vedevano dai Mondiali. Su tutti, ovviamente De Rossi, uomo ovunque e grande cuore. E Cassano, indefesso genietto dell’attacco, cui è mancato solo il gol. Ed oggi sono rientrate le grandi geometrie di Pirlo, cui purtroppo dovremmo fare a meno ai quarti contro la Spagna. Peccato per Toni, sfortunato ed impreciso nelle conclusioni, ma sempre con un lavoro di grande spessore. Bravi ancora Grosso e Zambrotta, sempre a spingere sulle fasce. Ed un complimenti a tutti! Forza ragazzi! L’Europeo comincia ora!

Pubblicato in: on Martedì, 17 Giugno 2008 at 23.14 Commenti (0)
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… Avanti l’altro!

E così ha vinto Berlusconi. Per la terza volta, ma mai con questo margine di vantaggio. Noi Italiani siamo proprio incorreggibili, eh? Quasi la metà di noi ha votato quello che l’altra metà considera un mafioso, un corruttore, un colluso, un dittatore, uno sbruffone per essere eufemistici. E pesta i piedi, sputa sangue misto a bile, annuncia propositi di lasciare il Paese e si consola con la stampa estera che ci dipinge come degli incapaci.

Beh, non proprio tutti quelli che non hanno votato Berlusconi, però sono in tanti che si comportano così. Nel forum più popolato d’Italia (circa 250 mila utenti) era stato posto di recente un sondaggio, cui ha risposto ovviamente solo una piccola parte, dato che il sito parla di tecnologia: la domanda riguardava quello che si pensa di chi ha idee politiche opposte alle proprie. Ebbene, tra quelli che si sono dichiarati di sinistra, il 53% ha dichiarato di pensare “che uno di destra sia inferiore intellettualmente e moralmente” (contro il 22% della parte opposta). Ovviamente quel forum non è un campione statisticamente significativo (basti pensare che tra gli utenti il partito più in voga è l’Italia dei Valori, con più del 44% delle preferenze), ma a mio avviso rende abbastanza conto di come sia diffuso questo atteggiamento a sinistra.

A questo punto, mi viene da dire che finché si comporteranno così si possono scordare di diventare una forza di governo duratura e matura. Ragionare per facili stereotipi vuol dire rinunciare a capire il fenomeno politico italiano.

Passando ai risultati delle ultime politiche, posso dire di essere sorpreso. Ero già certo che l’attuale legge elettorale, al contrario di quanti paventavano che non avrebbe prodotto altro che governi instabili, si è invece ben comportata nel caso di una maggioranza abbastanza consistente. Devo anche dare atto a Veltroni ed al Partito Democratico di aver avviato un processo di rinnovamento del panorama politico italiano che ha davvero del rivoluzionario, prendendo una decisione radicale per liberarsi di tutti gli orpelli politici che hanno minato le basi del governo Prodi. Questa decisione ha comportato anche un’evoluzione del centrodestra, con la creazione del Popolo delle Libertà. Ma non mi aspettavo che i frutti di questo combiamento, cioè un deciso ed importante passo verso il bipolarismo quasi di stampo americano, si sarebbero manifestati così presto. Invece, già oggi possiamo parlare in sostanza di due gruppi politici in entrambe le camere del Parlamento, con le altre forze ridotte in briciole (l’UDC) o addirittura scomparse (comunisti ed ambientalisti)!

Clamoroso è come il Partito Democratico abbia “cannibalizzato” i voti dei comunisti assorbendoli come una spugna, con la questione del “voto utile” che in effetti agli elettori mai sarà parso così buttato con La Sinistra L’Arcobaleno (oltretutto un nome fiacco e forse un po’ infantile, privo dello storico simbolo della falce e martello), relegando la formazione di Bertinotti saldamente al di sotto della soglia di sbarramento sia alla Camera (il 4% su base nazionale) sia al Senato (l’8% su base regionale), per non parlare delle altre “pulci rosse” (Sinistra Critica e via dicendo). In effetti il vero artefice della débâcle comunista è stato proprio l’ex-comunista Veltroni, che forse fu profetico quando qualche tempo fa affermò candidamente: “Mai stato comunista”… Forse è davvero iniziata la Terza Repubblica?

C’è chi si strappa le vesti per questa sparizione della sinistra radicale dal panorama politico italiano. Io no. Anzi, sono ben felice della sparizione di quella parte politica che ritengo scioccamente populista, dannosamente provocatoria, stolidamente intransigente e dannatamente vetusta. Soprattutto sono immensamente felice per la sparizione dal panorama politico italiano dei Verdi, gente cui troppo spesso si dà retta prima di fare qualsiasi cosa, e che inevitabilmente poi non si fa più, a meno che non si tratti di imporre nuovi divieti e decimare i limiti legali.

Qualcuno già s’impegna per una tentata ricostituzione di una formazione comunista. Già si vedono i vari Ferrando e compagnia (nel senso di “kompagni”) bella cercare di riabbracciarsi dopo essersi fatti male sino all’estremo. Mi viene in mente una battuta tratta dal divertentissimo film Operazione Sottoveste, diretto nel 1959 da Blake Edwards:

“Non voglio negare che abbiamo subito alcuni piccoli danni, ma…”
“Piccoli danni? Ma è così duro a convincersi, vi hanno affondati!”

Mi dispiace solo per Bertinotti, persona che ritengo onesta e civile.

Per il resto, il Partito Democratico non si è affatto mal comportato, anzi. Però ha perso lo stesso. Tuttavia, la sconfitta era già preventivata, ed ora Veltroni potrà lavorare seriamente e senza troppi vincoli per vincere nel 2013 (quando, ironia della sorte, sarà già forse un po’ troppo vecchio… come se ora fosse un giovincello, poi). Ebbene sì, credo che la prossima legislatura durerà ancora cinque anni pieni.

Per analizzare invece il centrodestra, sono sinceramente curioso di vedere quello che sarà in grado di fare. Libero dal problema di Casini, Berlusconi ha ancora la Lega che gli è necessaria per raggiungere la maggioranza assoluta, ma col partito di Bossi nel quinquennio 2001-2006 ha sempre avuto pochi problemi. Questa volta, insomma, potrà muoversi forse meglio, anche se in effetti la rinnovata forza della Lega Nord sarà quasi certamente un freno all’indole “liberale” che Berlusconi ha sempre raccontato in campagna elettorale. Non credo, tuttavia, che il successo della Lega denoti una volontà di “protesta” da parte degli elettori, come spesso è stato etichettato, ma piuttosto come il semplice rifiuto di una coalizione che metteva insieme il “fascista” Fini col “mafioso” Berlusconi, epiteti in piccola parte diffusi anche nel panorama politico di destra, e che abbiano determinato una fuoriuscita di voti verso la Lega Nord.

Attendo con fiducia il futuro e… Agli annunciatori di sventura, dico: state tranquilli, siamo sopravvissuti sino al 2006, sopravviveremo fino al 2013. Parola di chi è sopravvissuto per due anni a Prodi!

Quelli che in macchina…

A me piace guidare, anche se la patente l’ho presa relativamente tardi (a 21 anni). Purtroppo negli ultimi tempi gli automobilisti si vedono sempre più privare di questa gioia, perché ogni chilometro viene sempre più visto come soldi che se ne vanno in carburante, ma questa è un’altra storia.

Nella mia carriera al volante, che fortunatamente non mi ha ancora sottratto alcun punto sulla patente, mi sono arrabbiato, rilassato, esaltato come ogni italiano medio alla guida, e mi sono fatto le mie idee. Come tutti, direi. Gioele Dix ha bel sottolineato questa caratteristica dei guidatori italiani con un personaggio di successo alla trasmissione Zelig.

Ho diversi stereotipi quando si tratta di stare alla guida. So bene che gli stereotipi possono distrarre dalla realtà, quando proprio possono essere ingiusti, ma quando sono alla guida mi aiutano a capire a chi prestare meglio attenzione ed a farmi una ragione delle assurdità che vedo in strada. Le mie considerazioni, comunque, sono tra il serio ed il faceto. So bene che esistono le eccezioni: ebbene, quando le incontro mi faccio pochi problemi e mi compiaccio.

Uno di questi è: diffidate da chi guida con un cappello, qualunque esso sia. Fateci caso: nella stragrande maggioranza dei casi, si tratta o di giovanotti da cultura elitaria (perché non sta bene dire “ristretta”) che del rispetto stradale hanno una singolare interpretazione; o di persone anziane ancora abituate all’uso del copricapo in ogni occasione. E le persone anziane, purtroppo, nella stragrande maggioranza dei casi, guidano male: vuoi perché i riflessi sono allentati e quindi vanno piano; vuoi perché hanno la visione limitata e stanno in mezzo alla strada; vuoi perché non sono abituate al traffico intenso dei nostri giorni, ed a volte neppure al codice della strada; vuoi perché il tempo, per loro, non è una priorità… Insomma, i motivi sono molteplici. In tono minore, diffido anche di chi non ha capelli in testa: forse perché se li rasano, e allora sono giovanotti della schiatta di cui sopra; o li hanno persi perché sono vecchi. Tuttavia c’è sempre una grande schiera di pelati per altri motivi…

Forse qualcuno penserà che sono tra quelli che crede che le donne guidino male. Lo ammetto, lo credo davvero! Alla faccia di quanto dicono ai telegiornali, secondo cui le donne guidano meglio perché fanno meno incidenti. Vero, ne fanno meno: ma io do un altro significato alla “buona guida”. Mi accorgo che le donne guidano in maniera più “distratta”, nel senso che per loro l’auto è meramente un mezzo che le porta da A a B e non uno strumento della propria vita. Qualcuno dirà che hanno ragione: tuttavia, guidare non è solo portarsi da un punto all’altro, ma eseguire un’azione in mezzo alla società rappresentata dagli automobilisti. Non basta, quindi, non fare incidenti: serve non rompere le scatole agli altri!

E per questo le donne si prendono più tempo in strada, il che si traduce spesso in vera e propria indecisione; dimenticano spesso l’uso delle frecce, confidando che comunque gli altri non le vengano addosso, e se lo fanno è colpa loro perché chi tampona ha sempre torto; parcheggiano peggio, ma questo forse è perché le manovre per loro sono più dure, perché mediamente più basse, perché con meno muscoli nelle braccia; partono con riflessi bradipei al semaforo e via dicendo.

Le cose peggiorano quando la donna sta guidando un’auto più grossa, tipo una berlina, o alta, come una monovolume, perché dà loro la possibilità di dominare meglio la strada. Peccato che i difetti permangono, e purtroppo con un’auto più grossa ad ingombrare la strada. Naturalmente, non tutte le donne guidano allo stesso modo: le bionde guidano peggio. Sarà perché la loro concezione dell’auto è ancora più bassa, sarà perché sono spesso scarrozzate da volenterosi compagni…

Diffidate anche di chi parla animatamente in auto con il passeggero, magari voltandosi e gesticolando, perché per questi non vi è dubbio: la loro attenzione alla strada è notevolmente diminuita e la loro capacità di reagire in breve tempo nettamente compromessa.

Ripeto che si tratta di stereotipi, e forse neanche, perché nel caso delle donne non credo che solo perché un guidatore è donna allora guida male. In realtà ci sono tantissimi guidatori, anche donne, che vanno benissimo nel traffico. Quelli che mi danno noia, tuttavia, spesso sono donne, più di quante ce ne siano proporzionalmente in strada. Si tratta di una mia impressione e non c’è niente che me la stia facendo cambiare nonostante abbia guidato un po’ in tutte le parti d’Italia.

Non voglio dire, naturalmente, che io sono la perfezione al volante, ci mancherebbe. Anche io a volte faccio fesserie, anche nei confronti degli altri. Ci sono alcuni punti che però ritengo fondamentali nella guida in strada:

  1. Il rispetto della distanza di sicurezza: non è solo una questione di freni e riflessi, ma consente di avere una migliore visione della strada e di anticipare meglio quello che può accadere, permettendo una guida più fluida.
  2. Un uso corretto e tempestivo degli indicatori di direzione (le frecce): avvisare gli altri delle proprie intenzioni riduce notevolmente il rischio di tamponamenti ed altre situazioni pericolose.
  3. Va bene rispettare i limiti di velocità, ma adeguare la velocità al flusso del traffico: a ben vedere, non sarà troppo distante dal limite effettivo. Ma non esitare neppure ad andare più piano se piove abbastanza o se l’asfalto ha problemi.
  4. Se proprio non splende il sole, accendere i fari: aumentano nettamente la visibilità dell’auto. I motocicli lo devono fare a prescindere, e per loro è ancora più importante.
  5. Va bene l’autoradio, ma la musica non deve coprire il rumore ambientale: protrebbe arrivare un’ambulanza e potreste non sentirla.
  6. Mai portarsi il cellulare all’orecchio. Distrae davvero tanto e le mani devono essere entrambe pronte all’azione, se necessario.
  7. I pedoni sulle strisce hanno la precedenza: dategliela, ricordando che un tempo lo eravate anche voi. Per i pedoni: è educato ringraziare il guidatore con un cenno della mano.
  8. Far immettere qualcuno nel traffico spesso non costa nulla (soprattutto se siamo fermi) e può aiutare a snellire l’ingorgo.

In ogni caso, ci sono davvero dei comportamenti che mi danno sui nervi. Si tratta di quelli che in macchina…

  • … non credono che ci siano due corsie per tutti, ma una, larga, per loro!
  • … le frecce le lasciano agli Indiani!
  • … ti stanno attaccati alla targa nonostante non abbiano alcuna speranza di superarti per almeno un paio di chilometri.
  • … per girare a destra invadono la corsia a sinistra (e viceversa), perché siamo in Formula 1 e le curve si fanno in traiettoria… Anche se vanno a 20 km/h.
  • … parlano col cellulare all’orecchio, tanto la guida mica ne risente…
  • … nelle rotatorie, si tengono nella corsia più a destra per prendere poi l’ultima uscita.
  • … si mettono la cintura di sicurezza mentre sono in marcia, forse ignorando il fatto che la macchina sembra che stia facendo il test dell’alce.
  • … vanno pianissimo quando il semaforo segna il giallo, però loro passano, mentre tu ti fermi schiumando rabbia perché è scattato il rosso.
  • … nella rotatoria danno comunque precedenza a destra (spesso sono anziani), rischiando l’incidente e facendo perdere un sacco di tempo perché nessuno più si aspetta che uno si fermi in mezzo alla rotatoria per farlo immettere, e ci vuole del tempo prima di accorgersi dell’assurdita della situazione.
  • … dopo aver rifornito al distributore self-service, vanno a pagare lasciando la macchina accanto alla pompa, impedendo agli altri di rifornire nel frattempo (spesso sono donne).
  • … ti sfanalano con i fari, quando proprio non suonano il clacson, perché vogliono la precedenza… Anche se sei già fermo da un pezzo.
  • … il verde del semaforo è un bel colore, quindi vale la pena di stare un minutino a guardarlo senza partire.
  • … del verde del semaforo non gliene frega niente, ma non partono ugualmente perché stanno scrivendo un SMS al cellulare, si stanno truccando, stanno leggendo il giornale o semplicemente hanno la testa tra le nuvole.
  • … se ne fregano se nell’ultimo tamponamento che hanno fatto i fari si sono spostati e sembrano un altro paio di abbaglianti.

Potete allungare a piacimento questo elenco di persone che strozzereste volentieri in strada. Almeno vi sfogate…

Pubblicato in: on Giovedì, 6 Marzo 2008 at 1.44 Commenti (4)
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Fuori due!

il governo Prodi ancora una volta a casa. La volta buona?

E così, ancora una volta, il governo Prodi dimostra di non avere i numeri per andare avanti. Che il governo fosse debole l’avevo già detto, e anzi è durato più del previsto perché sono passati ben 11 mesi dall’ultima sfiducia. Comunque è ora di decidersi su cosa fare, perché è evidente che riproporre Prodi ed un altro esecutivo sarebbe una buffonata fatta solo per tirare avanti e senza alcun beneficio per il Paese.

Mi starebbe bene anche un governo tecnico di breve durata, anche se “breve durata”, quando si parla di poltrone politiche, è un’espressione molto relativa. Ma questa sinistra immobile non ce la voglio più, no no. Vediamo domani.

Pubblicato in: on Giovedì, 24 Gennaio 2008 at 22.30 Commenti (0)
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Tempi oscuri

O forse dovrei dire oscurati, od oscurantisti, perché francamente mi pare che dopo due secoli di illuminismo e positivismo una buona parte della gente abbia davvero perso la bussola e confonda i punti cardinali. Tanto per non essere “oscuro” a mai volta, mi sto riferendo al discorso che il Papa avrebbe dovuto tenere all’apertura dell’anno accademico alla Sapienza di Roma ed alle conseguenti polemiche.

Vero, certo, la Chiesa quanto ad oscurantismo ha un passato assai deplorevole, e qualcuno potrebbe dire anche oggi, ad esempio relativamente alle posizioni ecclesiastiche in tema di contraccezione e di etica scientifica. Di fatto, però, la Chiesa è da un po’ che non “oscura” nessuno: si esprime, invita i fedeli ad assumere determinate posizioni, influenza la vita sociale e politica degli Italiani. E molti Italiani seguono la Chiesa ed il Papa: questo è innegabile, come è innegabile che non avviene tramite coercizione o abuso di autorità sulle coscienze della gente. Non più, almeno. Ma questo dà fastidio, e non poco, a chi il Papa non lo ascolta. Ed il fastidio si tramuta in opposizione, in avversione, anche in livore.

Tutto è nato da una lettera di dissenso, firmata da 67 professori di fisica dell’ateneo, all’invito del Papa da parte del Rettore Magnifico. Le cause di questo dissenso risiedono in una presunta giustificazione del processo a Galileo da parte della Chiesa. Il dissenso ci può stare, la cattiva informazione meno (le parole citate dall’allora cardinale Ratzinger nel 1990 erano di Feyerabend, da cui è ideologicamente ben distante). Quello che assolutamente non ci può stare è prendere quel dissenso come pretesto per montare una gazzarra mai vista con lo scopo di impedire che il Papa pronunci il suo intervento. E così un centro di attività culturale e scientifica si è trasformato in una trappola per tappare la bocca la Pontefice.

Impedire al Papa di parlare, perché? Perché la Sapienza, pur essendo stata fondata da un Papa, è un’istituzione laica? Ma Benedetto XVI non l’ha mai messo in dubbio, e l’avrebbe ribadito nel suo intervento. Esplicitamente: “[La Sapienza] oggi è un’università laica con quell’autonomia che, in base al suo stesso concetto fondativo, ha fatto sempre parte della natura di università, la quale deve essere legata esclusivamente all’autorità della verità. Nella sua libertà da autorità politiche ed ecclesiastiche l’università trova la sua funzione particolare, proprio anche per la società moderna, che ha bisogno di un’istituzione del genere.”

Dunque minacce alla libertà dell’università non ce ne sarebbero state. Ma non è che, invece, la “laicità” di questi individui è così labile da poter essere messa in crisi dalla sola presenza del Papa? Non lo credo, e dunque ritengo che il motivo più plausibile è che l’anticlericalismo (che ha ben poco di scientifico) arda tanto in certi individui da non fargli sopportare il fatto che qualcuno, il Papa, lo ascolta davvero. E quindi, spacciando il loro accanimento come una difesa per la laicità e per il ruolo culturale dell’università, certi studenti che l’università magari la frequentano da un po’ troppi anni, mentre molto meno le biblioteche, si sono dati da fare ad “okkupare” rettorati, scrivere striscioni deliranti (”Il Papa è contro l’università” ed altre aminità) ed a giustificarsi in maniera scombiccherata a chi chiedeva loro il perché.

Il Papa non è un uomo universitario? A parte il fatto che invece lo è (ha insegnato a Ratisbona), anche se non lo fosse non dovrebbe parlare alla Sapienza? Così è stata del tutto dimenticata la lezione illuminista che affermava di fare di tutto perché qualcuno si esprima, anche se non si è d’accordo? Per di più, stiamo parlando di un eminente personaggio della cultura e della società, e questo è innegabile.

Qualcuno dirà che è stato invece il Papa a ritirarsi. Benedetto XVI, per quanto si detesti, non è uno stupido e non vuole creare disordini. Avrà pensato che per dire quei pochi concetti che aveva in mente, non sarebbe valsa la pena di affrontare rischi - non tanto per sé ma per le forze dell’ordine. L’intervento l’ha mandato lo stesso, è stato chiaro e per nulla oscurantista, come tanti invece avranno supposto a priori che lo fosse.

Qualcun altro dire che se il Papa non ha parlato alla Sapienza può comunque parlare in piazza ed aver voce nei tanti spazi che i mass media gli mettono a disposizione. Bisogna precisare che il Pontefice non ha deciso di parlare alla Sapienza di sua volontà, ma perché invitato dal Rettore: quello spazio gli è stato offerto, non se lo è preso. In ogni caso, non avrebbe tenuto un angelus del giovedì, ma un discorso universitario. Ed ha tutte le carte in regola per farlo, per quanto si possa non essere d’accordo con lui.

Davvero non mi capacito non di chi non è d’accordo, ma di chi non avrebbe mai voluto l’intervento di Ratzinger alla Sapienza. Di solito, quando non si è d’accordo con qualcuno, non lo si ascolta e basta: questo ci ha insegnato l’Illuminismo. Ma ora le parole: “È per me motivo di profonda gioia incontrare la comunità della Sapienza”, che Benedetto XVI avrebbe dovuto pronunciare lo scorso giovedì, suonano invece tristi e strozzate.

Edison addio!

Forse il grande inventore Thomas Alva Edison sapeva che prima o poi sarebbe successo, magari senza sapere quando. Di certo può cogliere assai di sorpresa la notizia inizio dicembre secondo cui il governo ha messo al bando le lampadine ad incandescenza a partire dal 2010. Può sorprendere, dicevo, perché gli scaffali di supermercati, negozi di fai-da-te e di elettronica hanno ancora scaffali stracolmi di lampadine di questo tipo: nel giro di due anni spariranno tutte.

La proposta, presentata ovviamente dai Verdi, viene accompagnata da toni trionfalistici di aria più pulita e bollette meno care. Veniamo dunque ai numeri: Angelo Bonelli, capogruppo dei Verdi alla Camera, parla di un risparmio annuo di 5600 GWh. Sinceramente non so come abbia ricavato queste cifre, di certo non capiterà dall’oggi al domani visto che l’adeguamento sarà graduale, ma voglio far notare che nel 2006 il fabbisogno energetico dell’Italia è stato di 337 796 GWh. Cioè, la proposta ambientalista ci consentirà di risparmiare circa l’1.6% del nostro fabbisogno. Meglio che niente, qualcuno dirà. Secondo me non ci arriveremo neanche (stiamo parlando di 100 KWh annui pro capite circa), anche perché sono già tantissime le famiglie italiane che hanno adottato in massa le lampade a fluorescenza (di cui avevo già parlato in passato). Vorrei giusto far notare come dal 2005 al 2006 c’è stato un incremento del fabbisogno del 2.2%, cioè più di quanto la direttiva ambientalista ci farà presumibilmente risparmiare. In più abbiamo tanti “simpatici” risvolti.

Il fatto è che le lampade a fluorescenza non sono adatte a tutti gli scopi, ma ci sono situazioni nelle quali non si può fare a meno delle lampade ad incandescenza. C’è gente che non sopporta, per motivi patologici, la luce delle lampade fluorescenti. C’è chi preferisce avere uno spettro migliore della luce (ad esempio un gioielliere che deve illuminare la merce, o solo per un bel lampadario di cristallo). C’è anche chi vuole proprio il calore emesso da una lampada ad incandescenza, per motivi suoi (un Dolce Forno? :mrgreen: ). O magari serve una lampadina come lampeggiante, compito per il quale le lampade a fluorescenza non sono per niente adatte.

Insomma, sono ancora tanti i compiti per cui le lampade a fluorescenza sono poco indicate. A questo i Verdi non paiono pensare: meglio passare per i paladini della Natura che sconfiggono il “nemico”, senza contare che a volte il tappo può essere peggio del buco. E’ un loro vizio…

La direttiva soleridente include inoltre il bando, a partire dal 2011, degli elettrodomestici che non consentono lo spegnimento completo dell’apparecchio, lasciandolo in stand-by. Negli ultimi mesi ce l’hanno menata un bel po’ con questa storia che quelle lucine che rimangono accese del televisore consumano un sacco di corrente e distruggono la foresta amazzonica. In pochi, però, hanno quantificato questo reale consumo, che in realtà è sempre di pochi watt, circa 1-3 a seconda dell’apparecchio. Il tutto è esemplificato dai numeri di Bonelli, che parla di 2 milioni di KWh all’anno. Cioè, circa 450 000 euro. Cioè, neanche un centesimo a testa. In un anno. E roba tipo un risparmio di una parte su 169 milioni del nostro fabbisogno. Ora, io voglio trovare l’italiano che non spenderebbe un centesimo all’anno per avere la comodità di non doversi ogni volta alzare per spegnere ogni apparecchio che utilizza. Se uno vuole davvero spegnere tutto, può anche prendersi la briga di staccare la spina!

In “compenso”, possono improvvisamente dal mercato tanti elettrodomestici che, pur non avendo il famoso tasto di spegnimento, possono avere tanti altri vantaggi in termini ambientali o di risparmio energetico. Il primo esempio che mi viene è quello delle console dei videogiochi di ultima generazione.

La Nintendo Wii e la Sony Playstation 3

La Nintendo e la Sony hanno lanciato, verso la fine del 2006, le loro ultime console per videogiochi, chiamate rispettivamente Wii e Playstation 3 (PS3). La PS3 ha già subito modifiche ed innovazioni, e dai modelli iniziali che consumavano circa 180-200 W durante le fasi di gioco se è passati ai circa 135 W. La Wii invece è sempre la stessa, ed il consumo durante il gioco si attesta sui 17-18 W: stiamo parlando di un consumo dell’ordine delle 7.5-11 volte inferiore! Per la cronaca, entrambe le console consumano meno di 2 W in stand-by (meno di 3 euro all’anno).

Orbene, la PS3 ha il famoso tasto di spegnimento completo, mentre la Wii non ce l’ha. Dobbiamo dunque aspettarci che la Wii non potrà più essere venduta in Italia, nonostante gli evidentissimi vantaggi in termini di consumo? Solo per risparmiare neanche 3 euro all’anno? Qualcuno dirà che la Wii e la PS3 occupano segmenti diversi del mercato videoludico, ma per questo dobbiamo mettere al bando una console che in poco più di un anno ha venduto 20 milioni di pezzi in tutto il mondo (più del doppio della PS3)? Questo è solo un esempio di come si può depauperare un mercato per ottenere un vantaggio che definire ridicolo è poco!

Questi degli ambientalisti sono i soliti proclami per ergersi a difensori del bene comune, ma in realtà a me paiono solo prese per i fondelli. Se davvero vogliamo risparmiare energia in maniera sensibile, perché non poniamo un rimedio agli sprechi della nostra rete elettrica nazionale, che da sola butta in effetto Joule ben il 17% del nostro fabbisogno nazionale? Ma questo vorrebbe dire sostituire i tralicci a 200 KV con altri da 1000 KV, e questo non è accettabile per i Verdi e la loro campagna contro il cosiddetto “elettrosmog”.

L’ultima chicca è lo spot del Ministero che ci invita a spegnere il televisore: ebbene, la sua realizzazione e messa in onda, quanto ci sono costate?

Solo “cartoni animati”?

Ieri sono andato a vedere Ratatouille, il nuovo film d’animazione della Disney/Pixar, incuriosito dai numerosi commenti positivi che ho letto in giro. Sono un amatore del cinema d’animazione, e questo Ratatouille m’incuriosì sin da quando vidi i primi trailer, un anno fa. Oltretutto i produttori, la Pixar Animation Studios, se non è garanzia di capolavoro lo è almeno di un prodotto di buonissima qualità. Ma, ad essere sinceri, non mi aspettavo lo stesso di veder tessere così tanti lodi a questo loro ultimo lavoro, e ancor meno mi aspettavo di aggiungerne anche io. Perché, in effetti, Ratatouille è davvero uno splendido film. Prima di analizzare il film, comincio col dire che la ratatouille è un piatto tipico francese a base di verdure, e non il nome del topino protagonista (che si chiama Rémy).

Come tutti i film della Pixar, senza la quale la amata Walt Disney Pictures avrebbe passato dei grossi guai con il rapporto con il pubblico (c’è chi azzarda che, senza la Pixar, la Disney sarebbe oggi scomparsa), anche Ratatouille è realizzato interamente con la CGI (Computer Generated Imagery), cioè con la modellazione tridimensionale al computer. E come sempre, la prima cosa che si va ad analizzare è la resa grafica del loro lavoro. Beh, sotto questo punto di vista, Ratatouille è senza dubbio lo stato dell’arte dell’animazione CGI.

Il protagonista del film Ratatouille (2007).

Ne è passata parecchia di acqua sotto i ponti da quanto la Pixar produsse il primo film d’animazione in computer grafica per il grande schermo, Toy Story (1995). Allora attirò l’attenzione di tutti, anche se a ben vederlo la grafica era ancora artificiosa, irreale, poco convincente. Allora erano gli albori: invece, in Ratatouille fioccano i dettagli, la verosimiglianza, la naturalità dei movimenti, in un trionfo d’animazione che non ci saremmo aspettati solo cinque anni fa. Vedere i panorama di Parigi, l’acqua che si muove, i topi che corrono veloci, i protagonisti che si muovono senza impaccio è una vera delicatezza per gli occhi. Eppure si vede che non è un film “vero” o che vuole esserlo, ma è volutamente caricaturale ed è qui che il lavoro della Pixar va a puntare. Con pieno successo. Gli amanti della grafica computerizzata vorranno vedere il film solo per apprezzare tale ricchezza di dettagli. Ma basta forse questo a decretare il successo di un film?

Se così fosse, come saranno i film d’animazione nel futuro? Solo un pazzo rischierebbe di non usare la modellazione 3D per i propri lavori d’animazione, allora. Anche il prossimo film sulle Winx, prodotto tutto italiano, sarà basato sulla stessa tecnica. Se guardiamo all’elenco dei premi Award (l’Oscar, per intenderci) per il miglior film d’animazione, a partire dal 2002, anno dell’istituzione della categoria, hanno vinto Shrek (2002), Alla ricerca di Nemo (2004), Gli Incredibili (2005) e Happy Feet (2007). Si tratta di lavori quasi esclusivamente basati sulla modellazione 3D al computer. Dunque la strada è tracciata?

Forse no: perché nel 2003 vinse La città incantata di Hayao Miyazaki, e nel 2006 Wallace & Gromit: la maledizione del Coniglio Mannaro, della Aardman Animations. E si tratta di film che usano tecniche d’animazione “tradizionale”, o quantomeno con resa tradizionale.

la maledizione del Coniglio Mannaro (2006).

Il lavoro della Aardman rispolvera le vecchie di animazione con i personaggi in plastilina, tecnicamente detto claymation. Può una tale tecnica reggere con la mole grafica espressa in Ratatouille? Ovviamente no. Se nel 2006 ha battuto la concorrenza de La sposa cadavere i motivi sono altri.

Il lavoro di Miyazaki, invece, rimane fedele alle classiche rese d’animazione tipiche dei “cartoni animati”. Anche qui si perde dei dettaglio, di maestria grafica? Ebbene, in questo caso mi permetterei di dissentire, anche perché anche il mestiere dell’animatore si è rinnovato e pure allo Studio Ghibli, che ha sempre prodotto film di elevatissimo standard qualitativo, ormai non si usano più i pennelli ma tanti, tanti computer.

Una scena da La città incantata (2001).

Miyazaki è sempre stato un maestro inarrivabile dell’animazione giapponese, sia come realismo, sia come storie, sia come sceneggiature. Autore di capolavori come La Principessa Mononoke, Porco Rosso, Il mio vicino Totoro, Lupin III: il castello di Cagliostro, è un genio che purtroppo in Italia si è visto poco o proprio nulla, a parte la serie animata Conan, il ragazzo del futuro che milioni di Italiani ricorderanno caramente e che sicuramente rivedrebbero con piacere per l’eccellente sceneggiatura ed attualità della storia.

E La città incantata è un film di uno spessore fenomenale, con un simbolismo che appassiona gli adulti ma che risulta trasparente ai più piccoli, che ne assorbono il succo senza neanche saperlo. Unito tutto ad un’animazione spettacolare, si capisce facilmente come abbia vinto la statuetta nel 2003 e si capisce molto meno come mai Miyazaki non sia così famoso anche fuori dal Giappone, dove invece è un mito del cinema al pari di Akira Kurosawa (colpa di Miyazaki stesso, a dire il vero, che non si è mai impegnato per promuovere i suoi lavori fuori dal Giappone).

Invece Wallace & Gromit è semplicemente un’idea fresca ed originale, che si basa molto sulla personalità dei protagonisti (il cane è uno spasso per la sua espressività. Dunque, si può ben concludere che oltre alla grafica ci deve essere ben altro perché un film d’animazione sia valido. Ecco perché alcuni film sono stati un flop pur usando la grafica tridimensionale. E Ratatouille? Ebbene, c’è da stare tranquilli: Ratatouille non ha nulla da temere sotto questo punto di vista, perché è un film davvero ben fatto e curato, sia come storia, sia come sceneggiatura. Pur sviluppandosi sui collaudati binari del cammino di formazione (fattaccio, nuova vita, nuove occasioni, nuovi problemi, superamento dei problemi e lieto fine), è coinvolgente ed originale. E, cosa non da disprezzare, il protagonista Rémy resta comunque un sorcio e non un topo antropomorfizzato: non lo vedrete in giro con un cappellino o altri ammennicoli, ma avrà sempre le sembianze e le movenze di un topo.

Alla fine, dunque, cambiano i tempi, cambiano le tecniche, ma i bei film d’animazione spunteranno sempre fuori con le loro storie fantastiche. Ecco perché Toy Story ebbe successo. Ecco perché ce l’ha Shrek. Ecco perché Ratatouille.

Una mia previsione per gli Awards 2008: credo che vincerà proprio Ratatouille, anche se la concorrenza de I Simpson sarà molto aspra! ;)

Pubblicato in: on Lunedì, 29 Ottobre 2007 at 22.09 Commenti (3)