Di tutte le cose assurde che ho sentito dire riguardo al conflitto tra Israele ed Hezbollah (e non Libano, per quanto sia comunemente inteso), oggi ne ho sentite alcune tra le più aberranti. Ma non in senso assoluto, perché a quelle non pare esserci fine (basti pensare solo al fatto che esistano organizzazioni come Hezbollah), ma in relazione a chi le ha dette. Infatti non si tratta di capi terroristi, né di comandanti di guerriglieri, e neppure di rappresentanti di Stati di comprovata nequizia ideologica tipo Siria o Iran.
No, si tratta di gente che ha un posto in Parlamento o al Governo. Dico, qui da noi, in Italia.
E così il nostro fermissimo Ministro degli Esteri Massimo D’Alema afferma che le nostre truppe non andranno in Libano a disarmare Hezbollah, ma a “coadiuvare l’esercito libanese ad acquisire piena sovranità nel Sud”. Mi chiedo davvero se crede veramente in quel che dice, o se voglia prendere in giro qualcuno. Il governo libanese sta mandando 15 mila riservisti nel Sud, in aree mai toccate dalle divise dell’esercito regolare, e forse con essi spera di riacquisire alcunché di autorità? Si ha a che fare con uno Stato nello Stato, il momento di fiaccarlo è proprio ora che è indebolito, e invece non si alza un dito neanche per disarmarlo.
La cosa più assurda viene dopo: D’Alema ipotizza come unica prospettiva realizzabile “l’integrazione di Hezbollah nella forza armata regolare libanese“. Cioè, costui prospetta che dei terroristi facciano parte a pieno titolo di un esercito regolare? Ma tanto vale che li facciamo entrare anche tra i Caschi Blu?
Gli fa eco quel grande esperto di crisi internazionali di Diliberto, che afferma che bisogna “trattare con chi rappresenta pezzi significativi di questo mondo” come Hezbollah. Ora, vorrei chiedere al caro Oliviero, chi rappresenta Hezbollah? In nome di chi prende le armi? Con che metodi?
Il problema con questi cialtroni, però, è che loro, nonostante tutte le evidenze, non considerano Hezbollah come una forza terroristica. Del resto, vale lo stesso anche per l’ONU, che pare essere per loro l’unica fonte di Verità in questo campo. La stessa ONU, però, che nel settembre 2004 impose al Libano di disarmare tutti i gruppi guerriglieri sul territorio libanese. Ora, non solo i nostri rappresentati nel mondo hanno detto che non alzeremo un dito per fare ciò, ma c’è da scommetterci che non vogliano affatto il disarmo dei “soldati di Dio” in senso assoluto. Le Nazioni Unite, evidentemente, si chiamano in causa solo quando fa comodo.
Per fortuna sembra esserci un po’ di ragione nel governo, rappresentata dal Ministro della Difesa Arturo Parisi, che al di là del rimarcare che disarmare Hezbollah è “compito primo” del governo libanese, afferma come ci possa essere il rischio che i nostri soldati quei grossi pezzi di metallo che si portano appresso li possano anche usare. Propongo, a questo punto, che per alleviarli dalle loro fatiche si sostituiscano i pesanti fucili con delle più leggere fionde.
La situazione è già molto critica di suo ed i nostri politicanti al potere non aiutano a chiarirla. Il mio giudizio sull’operato di Israele è alquanto in sospeso, perché pur avendo ottenuto un netto indebolimento di Hezbollah, non ha ottenuto ancora niente di definitivo. Olmert ora deve fare la voce grossa ed imporre con forza il disarmo di Hezbollah anche con l’aiuto del contingente dell’ONU (sarà dura), e solo così avrà ottenuto un risultato migliore del rilascio dei due soldati rapiti (che potrà riscattare dopo). Ma ancora non si sa neppure come e quando ci sarà la forza multinazionale. Addirittura ci sono voci che la Francia, quella che finora aveva condotto le operazioni della forza UNIFIL già presente in Libano, potrebbe mandare solo un contingente simbolico, intervenendo tutt’al più con logistica esterna alla missione. Ho paura di pensare cosa potrebbe fare l’Italia, allora.
Purtroppo stiamo già partendo col piede sbagliato. Fa bene Berlusconi a premere per il disarmo di Hezbollah, ma il voto in Parlamento è vicino, troppo, per avere margine di trattative e chiarimenti. Come al solito le cose fatte in fretta escono male.