La fuga del levriero (afghano)

La politica estera dell’attuale maggioranza sarà un punto fondamentale per la sopravvivenza del governo Prodi. Questo è un fatto noto a chiunque in Italia.

Guardando un attimo lo schieramento, non si può fare a meno di notare l’eterogeneità delle posizioni in merito: si passa dagli anti-atlantisti infervorati come i comunisti ed i verdi, ai dialogatori scettici quali i DS, a quelli convinti come nella Margherita ed i dipietristi, ed agli americanisti storici dei Radicali. Come mettere insieme un papocchio del genere?

Semplice: non lo si mette insieme. Il problema non lo si può affrontare in maniera diretta, perché altrimenti il governo cadrebbe in fretta. E allora si cerca la mediazione dei salti mortali: restiamo in Afghanistan sì, ma con meno soldati (nonostante il governo locale ce ne chieda di più), e preghiamo perché non troppi comunisti votino contro.

La cosa è tragica, perché non stiamo parlando della politica del Ministero delle Pari Opportunità, ma della Farnesina. Il Dicastero degli Esteri è uno dei più importanti, se non il più importante dopo il Viminale, per delineare la politica di un Governo. E la politica di questo Governo traballa.

Otto senatori comunisti negano, nonostante lo sforzo inumano di D’Alema e soci, il voto al rifinanziamento della missione italiana in Afghanistan: duri e puri nel perseguire i loro intenti. C’è da lodarli, in fondo: hanno sempre detto che questo Governo dovrà segnare un netto punto di rottura col precedente, e allora almeno loro cercano di non rendere queste parole vuote come la sfera di Magdeburgo.

Al Senato la maggioranza ha 158 seggi, meno otto fanno 150. L’opposizione ha 156 seggi, sette sono i senatori a vita. In teoria ci sarebbero ancora i numeri per far passare il rifinanziamento della missione afghana senza il supporto della Casa delle Libertà, ma in realtà la cosa è molto improbabile. A quanto pare, però, l’UDC è pronta a votare a favore del decreto, salvando le terga al Governo in carica.

Comunque finirà, sia che l’UDC voti a favore oppure no, per la sinistra è già una prima sconfitta. In un certo senso, lo è anche per il centrodestra: se l’UDC si dissocia vuol dire che manca l’unità che si voleva far vedere; se non si dissocia c’è il rammarico di vedere una politica estera condotta per cinque anni svanire nel nulla.

In ogni caso, quelli che ci perderanno di più sono gl’Italiani. E siamo solo all’inizio.

A mio avviso i centristi sbagliano. La sinistra ha chiuso le porte a qualsiasi dialogo, non ultima la questione delle riforme istituzionali (prima tutti disponibili, ora uccel di bosco). Ma invece di ammettere che con quella maggioranza non si va avanti, per cui è lecito e direi anche saggio cercare l’intesa più larga possibile per una questione che disegnerà il ruolo dell’Italia tutta all’estero, il centrosinistra andrà a contare i singoli voti. A questi signori, che hanno vinto solo grazie a fortunosi meccanismi elettorali e che nonostante tutto credono di essere padroni di tutta l’Italia (o quantomeno delle sue poltrone recentemente incrementate di numero), è il caso di sbattere la porta in faccia.

E lo dico mentre mi si stringe il cuore, perché se davvero ce ne andiamo dall’Afghanistan non potrà che essere una mossa vergognosa. C’è da essere veramente combattuti a riguardo ma, per come la vedo io, se già dopo due mesi di nulla al primo punto dolente il Governo barcolla, vuol dire che non ci aspetta nulla di buono ed è il caso di chiudere questa parentesi brancaleonina il prima possibile.

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Published in: on giovedì, 29 giugno 2006 at 21.05  Lascia un commento  

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