Risparmio energetico?

Innanzitutto: buon 2007, e spero che abbiate passato tutti delle buone festività con le persone a voi più care! 😀 In secondo luogo: Era tanto che non scrivevo un post di carattere scientifico, ed oggi lo faccio. Facciamo un break dalla politica…

E guarda un po’, non parlo neppure di Matematica. Oggi, infatti, mi si è fulminata una lampadina. Non una qualsiasi, ma una di quelle cosiddette “a risparmio energetico”, cioè una lampada compatta a fluorescenza, di quelle che spesso (ed erroneamente) vengono dette “lampadine al neon”. Una comune lampada fluorescente per uso domestico A differenza delle comuni lampadine ad incandescenza, che emettono luce per effetto del surriscaldamento del filamento di tungsteno all’interno del bulbo (con conseguente efficienza energetica inferiore al 10%), le lampade fluorescenti – sia di tipo a tubo che compatto come quella mostrata in figura – emettono luce grazie all’arco voltaico che si forma all’interno del tubo e che emette radiazione ultravioletta, che viene a sua volta assorbita dal materiale biancastro fluorescente presente sulle pareti del tubo e riemessa sotto forma di radiazione luminosa. L’efficienza energetica di queste lampade è nettamente superiore di quelle comuni lampade ad incandescenza. Superiore è anche la vita media di queste lampade, anche cinque volte di più. Il problema è che lo sono anche i costi di produzione, e se pensate che la lampadina che mi si è fulminata aveva sì e no due anni di vita ecco che la riflessione è d’obbligo.

Il consiglio che viene generalmente fornito è quello di abbandonare l’uso delle lampade ad incandescenza a favore di quelle a fluorescenza. Normalmente questo può essere ben accettato, ma bisogna pensare anche a quei casi in cui le lampade a fluorescenza non sono vantaggiose. Vediamo perché.

Innanzitutto, esaminando una lampada ad incandescenza la prima cosa che salta all’occhio è l’estrema semplicità costruttiva: un filamento di tungsteno da neanche un grammo, un po’ di argon, un bulbo di vetro ed uno zoccolo di alluminio: fine. Non credo che produrre un tale oggetto costi più di 10 centesimi (leggermente diverso è il discorso delle lampade alogene, ma per ora tralascio). Le lampade a fluorescenza tradizionali, invece, consistono nel tubo, in uno starter (il cui scopo è consentire la formazione dell’arco voltaico) ed un reattore capace di fornire la tensione elettrica costante necessaria per il funzionamento (ricordo che l’Enel ci fornisce una tensione alternata a 50 Hz).

Il tubo, di vetro, agli estremi ha due elettrodi tra i quali si forma l’arco elettrico, che eccita gli elettroni del gas ionizzato all’interno e li fa emettere radiazione ultravioletta. Il gas in questione è argon o neon (da cui l’equivoco di cui sopra) miscelato a vapori di mercurio, veri responsabili della radiazione ultravioletta. Il tubo, come detto, è rivestito internamente da materiale fluorescente, variando il quale si ottiene una diversa colorazione della luce emessa. Lo starter, invece, è un banale interruttore automatico che si apre e chiude con il calore: spesso capita che si rompa, anche con un piccola esplosione. Il reattore, invece, è un’induttanza che raramente si rompe, ma capita ed è una seccatura da sostitutuire (non è difficile, ma una persona a secco di conoscenze elettriche potrebbe non essere in grado di farlo). Come potete intuire, il costo di tutto questo accrocchio è decisamente più elevato. Leggermente diverso è il discorso delle lampadine fluorescenti compatte, che non hanno bisogno di starter in quanto dispongono di accensione elettronica, dispositivo che le rende molto più semplici da montare ma che ne riduce parzialmente l’efficienza e la longevità. E se si rompe qualcosa, devono essere buttate interamente, mentre nel caso precedente si possono sostituire i singoli componenti.

Il problema, dunque, qual è? Le lampade fluorescenti sono poco adatte a frequenti accensioni e spegnimenti: si comportano al meglio come luci d’ambiente in grado di operare per almeno un’ora, altrimenti si aumenta il consumo di elettrodi e starter, causando nel caso delle lampade compatte una fine prematura del ciclo vitale. In sostanza, per un ripostiglio delle scope può convenire usare una lampadina ad incandescenza da 30-45 W. Inoltre, il circuito delle lampade compatte non è a tenuta stagna, per cui è sempre meglio tenere queste lampade lontane da ambienti umidi o con emissione di vapori tipo una cucina.

In secondo luogo, c’è il problema della presenza di mercurio all’interno delle lampade. Forse non tutti sanno che le lampade a fluorescenza necessitano di un particolare smaltimento e non possono essere buttate tra il materiale indifferenziato. Credo che si faccia poca informazione a riguardo.

Tutto questo, comunque, fa comunque propendere all’uso generale delle lampade fluorescenti. Tuttavia, ci sono argomentazioni che mi lasciano un po’ scettico, e di nuovo riguardano l’impatto ambientale. Le lampade ad incandescenza richiedono pochissime risorse per essere costruite e si possono riciclare quasi completamente; quelle a fluorescenza, che già richiedono molto più materiale in fase costruttiva, finiscono quasi del tutto sprecate. Spero che la tecnologia migliori col tempo, perché tutto questo risparmio energetico (e soprattutto ambientale) che parrebbe dal mero confronto dell’efficienza dei due tipi di lampade in realtà non c’è.

Non voglio stare ad elencare tutti gli altri difetti classici delle lampade a fluorescenza, tipo la luce di colorazione non eccellente, il ronzio che viene talvolta emesso, l’effetto stroboscopico, l’impossibilità di applicare un dimmer (cioè un variatore di luminosità), il tempo necessario per “riscaldare” la lampada all’accensione, la ridotta efficienza a basse temperature ambientali e così via, perché si tratta in sostanza di difetti di minore entità. Vorrei però rimarcare che l’impiego massiccio di lampade a fluorescenza ci alleggerisce la bolletta di sicuro, ma altrettanto sicuramente a livello globale non è che un palliativo al problema energetico. Il mondo intero richiederà sempre più corrente elettrica, e tutto questo porta a problemi di ben maggiore entità…

Ma ne parlerò un’altra volta.

Published in: on lunedì, 8 gennaio 2007 at 1.05  Comments (11)