Satira dadaista

Martedì sera ho visto “Mai dire martedì”, l’ennesimo show umoristico della Gialappa’s band, del Mago Forest e compagnia varia. Non posso negare di aver riso, ogni tanto. Insomma, un’oretta abbastanza spensierata.

Facendo però il punto dello show, non ho potuto fare a meno di notare alcuni punti che reputo assai interessanti nell’ottica di uno spettacolo di quel genere. Naturalmente, i “mattatori” della serata erano i soliti Fabio De Luigi e Marcello Cesena, ideatori di personaggi ed imitazioni da sbellicare.

Devo notare poca politica in questo nuovo “Mai dire…”, pochissima. Molto meno delle altre volte. Oddio, qualcosa chiaramente c’è, e qualcuno che non ha visto la puntata dirà: “Chi sarà il nuovo soggetto delle satire gialappiane? Prodi? Rutelli? Luxuria? Pecoraro Scanio?” Nossignori: sono Calderoli e Tremonti. Anche ora che nei giochi di potere valgono come il due di picche, continuano a spopolare come soggetti di imitazioni e prese per fondelli, sebbene De Luigi – attenzione! – abbia precisato che l’imitazione di Calderoli avrebbe avuto una connotazione dadaista. Forse ritiene che fargli dire “sonoilministrocalderoli” quando ministro non lo è più gli conferisca tale connotazione artistica…

L’unica frecciatina alla sinistra è venuta da una flebile battuta di Forest riguardo ai litigi interni della maggioranza. Non che mi dispiaccia che un programma comico rimanga tale e non si trasformi per forza in un programma satirico (che invece molto spesso decade a parata d’insulti senza stile e con molto livore) e cerchi un po’ di più di rimanere sulle sue, ma non posso fare a meno di notare che, a quanto pare, tra gli odierni commedianti televisivi pare esserci la ferma convinzione che nell’attuale maggioranza non ci siano personaggi abbastanza “macchiette” da poterne fare un’imitazione. Io direi che potete giudicare voi stessi.

Published in: on mercoledì, 24 gennaio 2007 at 23.19  Lascia un commento  

Rosso di sera…

Qui a Pisa e dintorni il tempo è piuttosto brutto, nonostante sia rosso non solo di sera, ma anche di mattina, pomeriggio e notte. Se qualcuno non ha ben idea di cosa sia una “regione rossa”, trova il classico esempio in Toscana. La quantità di manifesti abusivi e non, scritte sui muri e bandiere adesive, tutto di sinistra e direi massimalista, è soverchiante.

Questa mattina sono andato in facoltà, al Dipartimento di Matematica “Leonida Tonelli”, dove farò il mio dottorato di ricerca. La Matematica dovrebbe essere la meno politicizzata delle discipline, nonostante nomi di celebri matematici di noto indirizzo politico, sia da una parte (mi vengono in mente i conservatori Cauchy e Fermat) sia dall’altra (come il giacobino Galois ed il comunista Caccioppoli). Anche un matematico non vive di sola Matematica.

In ogni caso, anche nel Dipartimento di Matematica a Pisa il numero di manifesti politici, tutti rigorosamente di sinistra, è decisamente elevato. In particolare, uno di essi ha attirato la mia attenzione: era un foglio di tale Movimento Leninista Proletario (o giù di lì) che analizzava la situazione del Medio Oriente. Uno si chiederà perché in un’università non parlano di ricerca ed università, ma è un’altra questione.

Si vedeva sin da subito il nobile intento di inquadrare la situazione politica ed economica della zona in un’ottica il più vasta possibile, senza aprioristicamente dare la colpa di tutto agli Stati Uniti. È chiaro che non ci si può aspettare un miracolo, per cui se si accennava ai problemi del popolo palestinese, non v’era menzione di quelli degli Israeliani, che dall’istituzione di Israele subiscono attacchi ad una frequenza da incubo, ma già frasi come “chi pensa che in Israele si trovino tutte le cause dei problemi del popolo palestinese avrà una brutta sorpresa” fanno ben sperare.

In sostanza l’articolo si incentrava sulla collusione tra le “potenze imperialiste” occidentali e la borghesia araba, “formatasi dopo la colonizzazione dell’Impero Ottomano da parte delle potenze europee”. A parte le assurdità storiche (mi spieghino lorsignori cosa c’entrarono le potenze europee con Khomeini e l’Arabia Saudita), un tentativo di analisi con una visione più d’insieme indubbiamente c’era.

Poi c’erano le conclusioni. Ebbene, la strada qual era? Ecco, una visione trasversale a tutti gli Stati: “appoggiare il proletariato palestinese, israeliano, irakeno, indiano” contro la borghesia padronale. La solita ritrita formula che per decenni abbiamo visto in Europa, trasposta ai giorni d’oggi in un contesto che con l’Europa non c’entra un accidente. Riproporre queste menate veterocomuniste in quelle aree significa solo non aver capito nulla di quella situazione politica. Lì, la divisione tra borghesi e proletari non è sentita. Già quasi non esiste più in Europa, lì non c’è forse mai stata, neppure in Israele. È una filosofia completamente diversa, per cui i “borghesi” non sono visti come problema, né in Israele (dove procurano benessere e sviluppo), né nei Paesi arabi (dove non si può dire che portino benessere e sviluppo, ma fondi per le lotte politiche e religiose decisamente sì).

È un po’ triste vedere tanti giovani che si aggrappano a questi miraggi. Il credo comunista, con tutte le sue sfaccettature, è a mio avviso un fenomeno da studiare ed interpretare in maniera sociologica, nelle sue forme ideologiche e nelle sue mille contraddizioni. A partire dall’effige di Che Guevara sulla porta del circolo di Rifondazione Comunista che ho visto sulla strada per Pisa. Pacifisti, si chiamano.

Published in: on mercoledì, 24 gennaio 2007 at 15.49  Comments (2)