Legge per chi?

Sin da quando ero ragazzino, una delle questioni che ha sempre suscitato in me un certo interesse è quella riguardante le finalità della Giustizia. Per essere più precisi, uno Stato di diritto come deve punire gli autori dei reati? Con che fine si deve mandare in galera, se non addirittura alla forca? Quali sono i principi da tenere in considerazione quando si somministra una pena?

Col tempo, ho cambiato idea diverse volte. Ad esempio, c’è stato un periodo in cui ero favorevole alla pena di morte. Oggi non lo sono più, ma non per il solito, pedante motivo della sacralità della vita (nonostante per me la vita si effettivamente sacra). Negli anni sono arrivato alla conclusione che il miglior modo di amministrare la Giustizia sia quello in base al principio machiavellico dell’amoralità: non bisogna dunque tenere conto delle questioni morali nel giudicare una persona. Questo non vuol dire, chiaramente, che bisogna infischiarsene di ciò che il popolo sente, perché un buon governante deve assecondare i cittadini (o questi si rivolterebbero).

Non è un’idea peregrina, perché da ciò ne discende anche il famoso principio per cui “la legge è uguale per tutti”, che nella realtà è spesso disatteso ma è pressoché universalmente riconosciuto. Eppure, ci sono dei casi in cui anche la mente più convinta vacilla di fronte a certe atrocità…

Uno dei casi più eclatanti degli ultimi giorni è quello riguardante la condanna ad Erich Priebke, ex capitano delle Schutzstaffel (SS) che ebbe parte attiva nella strage delle Fosse Ardeatine. Priebke fu estradato in Italia nel 1995 e condannato all’ergastolo nel 1998. Nell’occasione, gli furono concessi gli arresti domiciliari per via dell’età avanzata. Nei giorni scorsi, ad Erich Pribke è stato concesso di uscire di casa per recarsi a lavorare. Ne è nato subito un caso politico e morale.

Ci si chiede subito se è “giusto” che un criminale di guerra possa usufruire di tale privilegio. La legge è chiara e la risposta è affermativa. E se la legge è uguale per tutti, è uguale anche per Erich Priebke. Perché allora lo si vuole ancora in galera? In sostanza, perché quello che fece è considerato troppo grave, e Priebke va punito senza sconti, anche a 93 anni.

A questo punto è chiaro che la questione verte su quali debbano essere i principi che animano uno Stato che condanna alla galera. Si manda in carcere perché il reo non nuoccia alla comunità; si danno pene detentive come possibile deterrente per altri criminali; si cerca di creare un sistema rieducativo per chi infrange la legge (su quanto sia velleitario e mal riuscito questo tentativo preferisco non discutere al momento). Ma si manda in prigione per punire? Per soddisfare il senso di rivalsa, per non dire di vendetta, delle vittime ed i loro parenti? Ed ecco come la penso io: in base al principio di amoralità di cui sopra, non si deve mandare in galera per punire o per vendetta. Non è questo, cioè, il principio che dovrebbe essere alla base della detenzione, perché uno Stato non si può ergere a maestrina del suo popolo o a fautore delle sue rivalse, o si finisce con un regime populista sin anche di stampo fascista-comunista.

In base a ciò, Erich Priebke deve restare in carcere? C’è pericolo che reiteri il suo crimine, o che in qualche modo sia un danno per la società? No, neanche se fosse a piede libero. Può essere rieducato? Priebke non necessita, né gli sarebbe utile, alcuna “rieducazione”. La sua detenzione può fungere da deterrente? Purtroppo proprio no, anche perché la condanna è arrivata ad oltre mezzo secolo dai fatti. Perché Priebke dovrebbe essere un recluso, quindi? A meno che non si intenda che la sua stessa esistenza sia un danno per la società, motivo che giustificherebbe striscioni come questo, apparso questa mattina davanti alla casa di Priebke:

Un manifestante davanti alla casa di Erich Priebke.

Ricordo che Adolf Eichmann fu l’unico condannato a morte della storia di Israele (in un processo civile). È singolare notare come un Paese come l’Italia, in prima linea a favore della moratoria delle Nazioni Unite contro la pena capitale, lasci correre con superficialità manifestazioni del genere. La condanna a morte può essere giudicata disumana; certamente l’entità della rappresaglia delle Fosse Ardeatine lo fu (ricordo che 330 dei 335 morti furono “giustificati” col principio di rappresaglia da parte delle autorità naziste; ma fu la dimensione e l’inutilità del gesto a rendere la cosa atroce, e non tanto i 5 morti in più).

Ma, a mio avviso, è disumano anche tenere recluso (in casa o in carcere) un uomo di 93 anni, e condannarlo ad un’esistenza vegetale. Per quanto aberrante e terribile fu ciò che fece, per quanto non abbia mai chiesto perdono per i suoi crimini, non dobbiamo ripagarlo con la stessa moneta, non possiamo abbassarci, o anche solo avvicinarci, a tali livelli di disumanità. La solidarietà ai parenti delle vittime è unanime, il riconoscimento dell’orrore nazista anche (tranne forse che per Ahmadinejad), la condanna all’ergastolo non è sparita, ma la decisione del tribunale militare non implica il perdono, che rimane e deve rimanere un fatto puramente personale.

Mi chiedo davvero come il Guardasigilli Clemente Mastella si possa dichiarare “perplesso” per la decisione del tribunale militare. Proprio lui che i criminali e gli assassini, ma quelli che tali sono ancora adesso, li ha lasciati a piede libero in seguito allo sciagurato indulto del luglio 2006.

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Published in: on lunedì, 18 giugno 2007 at 20.12  Lascia un commento  

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