Ma ci credono davvero?

Paiono non finire mai i problemi per l’attuale governo, che per non ricevere mazzate da quell’organismo economico o da quell’ala radicale preferisce stare nella più totale impassibilità. Purtroppo però i problemi vanno affrontati e risolti, e tutti aspettano al varco.

Le ultime magagne vengono dalle consultazioni per il Documento di Programmazione Economica e Finanziaria (DPEF) di questi giorni. Tema centrale: le pensioni. “Abbiamo trovato i fondi“, hanno detto Prodi e compagnia. Da dove, non si sa, un magheggio improvviso e provvidenziale. E così verranno alzate le pensioni minime. Ma sono altri soldi spesi, mentre il buco dell’INPS è sempre enorme. E allora ecco che l’OCSE preme per far attuare le riforme di Dini e Maroni sulle pensioni, mentre poco prima aveva allertato di usare il “tesoretto” per il decifit, insieme alla BCE. In ultimo è Juncker a ripetere il suddetto mantra, ma si sa, finché le minacce arrivano dall’Europa sono considerate meno pressanti. Invece sono da temere i Damiano, i Giordano ed i Ferrero, che parlano di soldi già destinati come se fossero loro, e alla fine anche Tommaso Padoa-Schioppa, che pure stava cercando di tenere la schiena diritta di fronte alle assurde pretese delle parti politiche (senza neanche includere l’opposizione), che ha ricordato che la calcolatrice serve se non si vuole parlare di aria fritta, deve gettare la spugna e dire che l’Europa non può dire cosa si deve fare.

Dunque via lo “scalone”, arrivano gli “scalini”. La morale? Non basta neppure quello e ancora si tratta, tra il gelo della sinistra radicale e quello dei sindacalisti, che fanno a gara a chi sta più a sinistra, nel mezzo ai quali si aggiunge l’ennesimo allarme, questa volta italiano, della Corte dei Conti, che non fa che ripetere ciò che gli Italiani già sapevano: con questi qui al governo, se non siamo in bancarotta è perché ci succhiano il sangue. Ma la sinistra radicale pare lo stesso contenta, e s’indigna se il deus ex machina Luca Cordero di Montezemolo , il leader di Confindustria, palesa un ovvio segreto di Pulcinella.

C’è da farci una telenovela, eh? Il bello è che non volevo parlare di questo, ma per riassumere la situazione degli ultimi giorni c’è da riempire i copioni di una telenovela per parecchi mesi. Filo di nota: pare che Bertinotti avesse ragione sulla tenuta di questo governo.

Invece voglio parlare di Walter Veltroni, il nuovo, il probabile futuro leader del nascente Partito Democratico. Questa prossima formazione politica è un passo importante, direi rivoluzionario. Talmente rivoluzionario da lasciare indietro i suoi stessi fondatori, che non avranno capito che per fare una sinistra unita ci vuole prima l’unità, ma non sulla carta, e che per dare un nuovo slancio alla politica non bisogna affidarsi da chi fa politica da quando era adolescente spacciandolo come homo novus. Senza contare che già Veltroni era stato a capo (nel 1998) del più importante partito della sinistra, con gli effetti negativi che portarono la sinistra alla sconfitta elettorale del 2001 e lui all’“esilio” nel Comune di Roma.

Però dopo cinque anni viene rispolverato e rimesso a nuovo, e presentato come nuovo Salvatore. Ricordate? Successe anche a Prodi l’anno scorso, dopo essere impacchettato e spedito alla Commissione Europea. Oggi, dopo qualche settimana di baldanzosa e ridanciana euforia, lo vediamo annaspare nella melma governativa della sinistra ridotta in frattaglie. Ma le similitudini non finiscono qui, perché di fatto Prodi non ha fatto altro che replicare la litania che tutto dice e nulla dice che ripeteva il suo collega un anno fa. Chissà se sarà abbastanza furbo da accorgersi che tre anni e mezzo di liti interne con i suoi “alleati” del governo Prodi, cui ha ribadito il sostegno, non faranno altro che ridurlo in poltiglia politica. Sempre che, ovviamente, le elezioni non siano ben più vicine della fine del mandato…

L’unica cosa certa pare il futuro di Alitalia, che dopo il ritiro della compagna russa Aeroflot dall’elenco dei probabili acquirenti, sembra essere nelle mani di Air One. Già da quando venne messa all’asta si sarebbe capito che ben in pochi sarebbero caduti nella trappola di una compagnia con decifit colossali e per la quale la possibilità d’azione sarebbe stata molto limitata. Aeroflot voleva vederci chiaro, non le è stato permesso e si è ritirata. Ma la stessa Air One ha già messo le mani avanti e adesso può fare il bello ed il cattivo tempo preannunciando un notevole riassesto con tanto di licenziamenti massivi. Pare l’unica speranza, sempre che i sindacati non facciano ancora una volta la voce grossa ed inducano Air One a lasciar perdere. Nel qual caso, il riassetto sarebbe già definito: tutti a casa. A meno che lo Stato non versi un’altra valanga di soldi (a perdere) nelle casse di Alitalia. Mi chiedo come faccia il ministro Bianchi ad essere ottimista…

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Published in: on mercoledì, 27 giugno 2007 at 21.41  Lascia un commento  

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