Libertà di pestaggio

Forse sarò che sono stato cresciuto in maniera troppo buona, ma ci sono delle cose che effettivamente mi lasciano sbigottito. Un altro, milionesimo parere sull’aggressione a Berlusconi? Ebbene sì, ma vorrei affrontare la cosa in maniera un po’ diversa. Anche perché l’eco ha fatto il giro del mondo, e tante parole sono già state dette. I telegiornali, oggi, non hanno parlato praticamente d’altro.

Non mi soffermerò tanto su Berlusconi, che non è mai stato al top delle mie preferenze politiche ma a cui auguro sentitamente una pronta guarigione. So che si rimetterà, che forse ne uscirà un po’ cambiato ma non basterà a fargli esaurire la spinta che ha sempre messo nella sua azione. Non dirò molto su Di Pietro, che non ha fatto altro che rimarcare il marciume della pasta di cui è fatto, e neppure sulla Bindi che, forse ancora col dente avvelenato verso il premier che l’aveva definita “più bella che intelligente”, ha dato clamorosa prova che Berlusconi non aveva poi tanto torto. Basteranno i loro stessi alleati politici a farli zittire.

Quello che vorrei sottolineare è l’impatto che una cosa del genere può avere sulla vita quotidiana. Mi è stato insegnato che la vita umana è sacra, e che augurare la morte di una persona è pessima e riprovevole cosa anche se si tratta di uno scherzo, ed è giusto incommentabile in un accesso di rabbia, cui però è necessario fare ammenda. Ma qui nessuno è arrabbiato. Io vedo tanti commenti di gente che, con la mente fredda e lucida del giorno dopo, mi induce a pensare: ma se ne rendono conto, di quel che dicono? Penso che un giorno le stesse cose potrebbero dirle di me, ed allora dovrò pregare di non avere tanti avversari come Berlusconi o dovrò stare perennemente sul chi vive.

Non si tratta di quei frustrati che, su Facebook, hanno riempito i gruppi di fan di Tartaglia, inneggiando contro il premier ed istigando all’emulazione. Si sa che Internet, col suo anonimato o presunto tale, toglie le inibizioni che normalmente avremmo nella vita quotidiana, perché in sostanza ci si sente impuniti. No, purtroppo quello di cui parlo è ben più grave, proprio perché viene nella vita quotidiana.

Parlo di coloro che, sorridendo, il giorno dopo lasciano commenti del tipo: “Se fosse morto ero pronto a scendere a festeggiare!” Gente normalissima, che siede accanto a te in ufficio, con cui prendi un caffé al bar e discuti dell’ultima gara di Valentino Rossi.

Parlo di quelli che sono subito sbottati in un: “Ben gli sta!” Di quelli che hanno pensato che, in fondo, Berlusconi se la sia cercata perché è sempre sopra le righe.

Parlo di quelli che no, non farebbero mai una cosa del genere, ed io gli credo pure, ma sotto sotto la “bravata” di quel Tartaglia li ha fatti sorridere e magari hanno pensato che era l’ora che qualcuno gli facesse capire che non è d’accordo con lui.

Parlo di quelli la cui unica preoccupazione, ora, è che la televisione non parlerà d’altro e che quello squilibrato di Tartaglia di Berlusconi ne ha fatto un martire.

Ditemi voi se non avete incontrato almeno uno che la mettesse in questi termini. Io abito in Toscana, ed è più difficile trovare uno che non l’abbia fatto. A parole siamo tutti bravi a condannare, a dire “no” alla violenza, addirittura a chiamarci “pacifisti”. Ma nei fatti, e nell’anima, quanto possiamo esserlo? Perché la gente su menzionata non rappresenta un paio di casi isolati: è una grossa moltitudine che vive tra noi, parla con noi, lavora con noi, ci manda gli auguri di Natale, gente che normalmente definiremmo irreprensibile. Ma è quella gente che trova normale, in una conversazione anche tra sconosciuti, insultare liberamente Berlusconi e dirne contro anche se non si ha la più pallida idea di cosa voti l’altro. Non so voi, ma io non mi sognerei mai di criticare liberamente un qualsiasi esponente politico di fronte ad una persona che conosco appena: è una questione di rispetto, perché se per caso l’interlocutore quella persona la vota e l’appoggia non farei che metterla in imbarazzo. Con Berlusconi, caso strano, questo non sembra valere

Tuttavia, in tanti sono convinti che la colpa, in fondo, sia di Berlusconi. Mi dispiace, ma mi oppongo con tutte le forze ad un concetto del genere. Non voglio, non posso accettare che Berlusconi, o un qualsiasi rappresentante politico, possa in qualche modo spingermi a comportarmi nei modi di “tutti i giorni” che ho su citato. Sono una persona adulta, matura, consapevole dei miei mezzi e delle mie opinioni, dotata del raziocinio che sopprime le mie escandescenze e sostiene le mie ragioni. Per cui, non riconosco a Berlusconi colpa alcuna di quello che è accaduto e trovo indice di mancanza di responsabilità fare diversamente. Io, quel che penso, lo penso perché è frutto della mia mente e del mio raziocinio. E chiunque abbia una concezione simile di se stessi non potrà che essere d’accordo; per tutti gli altri, provo profonda pena.

Sembrerà la frase di un prete, ma mi è stato detto che anche se non si commette un’azione riprovevole, il solo essere solidali con chi l’ha commessa è equivalente ad averla fatta a propria volta. In poche parole, è ipocrisia. Forse non è necessario arrivare a dire tanto, ma certo è superficialità, è noncuranza, è fregarsene del fatto che, prima o poi, uno che la fa sul serio grossa arriverà, e noi non avremo fatto nulla per impedirgli di covare un tale proposito. Massimo Tartaglia non è “figlio” delle esternazioni di Di Pietro: Di Pietro è solo l’ultimo capopopolo che agita le folle col megafono per far apparire più grandi i suoi concetti.

Massimo Tartaglia è nostro figlio, nostro fratello e nostro padre. Ci è cresciuto accanto, lui che, poveretto, è in cura psichiatrica da dieci anni. Io però non sono sicuro che la prossima volta un aggressore possa essere altrettanto instabile. La colpa di Tartaglia, immaginari lettori, parte da se stessi, dai propri conoscenti, dai propri colleghi di lavoro, dai propri amici e parenti, per quanto secchi ammetterlo. Ciò che è successo ieri per me fa parte dello stesso treno di sentimenti che parte dal proprio quotidiano e che ancora una volta è deragliato, ma che trova tante persone pronte a rimetterlo sui binari.

Perché la prima volta fu un treppiede, un bernoccolo e qualche graffio. Questa volta una statuetta, due denti ed un naso rotto, un labbro lacerato e 48 ore di osservazione ospedaliera. Facciamo in modo che la prossima volta non ci scappi il morto, per favore.

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Published in: on lunedì, 14 dicembre 2009 at 21.48  Comments (3)  
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Pace dei sensi

Non credo di riproporre un argomento originale parlando del recente premio Nobel per la Pace vinto dal Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, ma a cinque giorni di distanza dall’assegnazione posso mettere insieme alcuni pensieri coerenti.

Il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama

La prima considerazione, che è venuta subito in mente a tutti, è che Obama non ha fatto poi granché per meritarsi ciò che dovrebbe essere il massimo riconoscimento a chi più di tutti ha concorso attivamente per la pace mondiale. Sfido chiunque a non essersi mostrato stupito all’annuncio della vittoria di Obama, che da appena 10 mesi è Presidente degli Stati Uniti, e che solo in quanto tale può aver fatto qualcosa di significativo (perché un posto da senatore americano, francamente, non mette molto in luce). Anzi, a voler essere cinici, si può dire che la presidenza di Obama è finora quella sotto la quale c’è il maggior sforzo militare in Afghanistan, ed inoltre che un simbolo della pace non dovrebbe rifiutarsi di incontrarne un altro, come invece aveva fatto poco prima col 14esimo Dalai Lama. Perché, di concreto, non c’è stato proprio nulla.

Il fatto che Obama stesso abbia riconosciuto di non meritarsi il premio mi fa ben sperare, ma dall’altra parte mi preoccupa. Dal mio punto di vista, infatti, un Nobel per la Pace dev’essere un simbolo della pace stessa, un esempio per tutti, un’utopia per tanti. Ma può un Presidente degli Stati Uniti operare in questo ruolo? Stiamo parlando della nazione con l’esercito più numeroso, più addestrato e meglio equipaggiato del mondo (c’è giusto quello israeliano che può competere), una nazione con un’influenza politica ed economica impareggiabile. L’ago della bilancia della diplomazia mondiale, quella che più di tutti può raddrizzare i torti e far abbassare la cresta ai dittatori di turno, con le buone… o con le cattive.

Dunque, Barack Obama come il Dalai Lama? Se vogliamo fare una rima sì, ma altrimenti no. Non potrebbero mai esserlo: Barack Obama, come ogni Presidente degli USA, dev’essere il campione della realpolitik, e fare cioè che dev’essere fatto, e non ciò che è giusto fare, perché non sempre ciò che è giusto fare porta ai risultati migliori, quelli che servono davvero al benessere di tutti. Quando, qualche giorno fa, Obama lasciò ad un suo delegato di incontrare il Dalai Lama (mentre il suo predecessore George W. Bush lo incontrò di persona), ne fui contrariato ma riconobbi in Obama il ruolo di colui che sa quello che fa. Ora, invece, come cambieranno le cose?

C’è una crisi economica mondiale da cui ci stiamo sollevando lentamente e delicatamente tutti quanti; c’è una crisi militare in Afghanistan; c’è una crisi politica con Cina, Venezuela, Corea del Nord e soprattutto Iran, che paiono aver rialzato la cresta da quando Barack Obama ha soppiantato Bush. A me, infatti, pare che la linea estera di Obama, così diversa da quella di Bush, abbia portato tante belle parole ma ben pochi risultati concreti, ed anzi abbia procurato agli Stati Uniti ed alla diplomazia mondiale un sacco di perdite di tempo se non dei veri e propri smacchi (i lanci missilistici iraniani ne sono un chiaro esempio). Come dovrebbe reagire un Presidente degli Stati Uniti d’America a tutto questo? Ma la domanda pressante ora è: come reagirà il Presidente degli Stati Uniti e vincitore del Premio Nobel per la Pace Barack Obama?

Gli estremi sono due: o Barack Obama continuerà per la sua strada, lasciando in bacheca il suo importante riconoscimento, oppure cercherà di meritarlo in tutto e per tutto, inquadrando tutto nell’unica ottica pacifista e così indossando le vesti di un ruolo che non gli compete. In mezzo, tutto un ventaglio di possibilità. Capire dove penderà la bilancia, se da quella del Presidente degli Stati Uniti o del Premio Nobel per la Pace, non sarà affatto semplice, ma se dovesse pendere dalla parte del Nobel allora sarò convinto che la scelta del comitato sia stata quanto mai sciagurata. È una mia convinzione, forse verrò smentito dai fatti e vorrà dire che questo mondo è migliore di quanto lo dipingessi, ma al momento sono pessimista. Ed un pessimista, si sa, è solo un ottimista meglio informato…

D’altra parte, un Presidente degli Stati Uniti è comunque alla mercé del suo popolo, ed ora il suo popolo, più che riconoscere in Obama un grande uomo che ha ridato la speranza di pace nel mondo, lo sta canzonando in tutti i modi, sino a dipingerlo come vincitore di premi Oscar, delle Olimpiadi e del campionato di basket. Segno, forse, che gli Americani sono capaci di dare il giusto peso a questo Nobel per la Pace 2009, cioè molto poco, e che lo archivieranno presto come un capriccio politico di un gruppo di benpensanti europei. Insomma, un’ultima chicca dopo i premi Nobel per la Pace dati a dittatori sovietici come Mikail Gorbaciov (1990), a terroristi come Yasser Arafat (1994) ed a pessimi presidenti come Jimmy Carter (2002). Ed allora Obama tornerà ad essere di nuovo il Presidente degli Stati Uniti. E basta.

Io sono sempre stato convinto che il detto romano: “Si vis pacem, para bellum” (“se vuoi la pace, prepara la guerra”), fosse tutt’altro che peregrino, e che contro chi non ha la minima intenzione di ragionare un’azione di forza possa essere efficace per riportare a più saggi consigli, se non proprio ad eliminare il problema per se stessi ed anche per gli altri (senza comunque dover scatenare putiferi come la guerra in Iraq, s’intende), ma non credo che sia quella la filosofia che sta alla base delle motivazioni che hanno portato il Nobel ad Obama. Ed è naturale, quindi, che mi chieda quale strada seguirà.

Al momento, c’è poco da aggiungere. Troppo poco tempo è passato. Contro l’Iran ci sono state parole dure, e nuovamente alludevano all’uso delle armi, ma stavolta a pronunciarle è stata la Segretaria di Stato Hillary Clinton: approccio consuetudinario o cambio di linea politica? C’è solo da aspettare e da capire.

Contro Obama non ho niente in particolare, anche se mi è sempre parso uno che si è sempre vestito delle sue parole. La sua più importante riforma, quella sanitaria (che in Europa sarebbe quasi scontata), in America appare forzosa e anacronistica in tempi di crisi economica. Obama è in difficoltà, forse ingrate, nei sondaggi e lui se la prende con i network che gli sono avversi, un po’ come Berlusconi (con la differenza che la Fox è un gruppo privato). Sono estremamente dubbioso sulla sua politica energetica e sull’idea di basare su di essa il rilancio dell’economia, per non parlare della contemporanea riduzione del debito pubblico. In ogni caso, molto c’è ancora da fare e spero solo che il suo Nobel, più che rimescolare le carte, non le getti proprio all’aria.

Published in: on mercoledì, 14 ottobre 2009 at 22.41  Lascia un commento  
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“One small step…”

Sicuramente l’avrete sentito, negli ultimi giorni. Sono passati quarant’anni da quando quel grosso pezzo di roccia che orbita a 384 mila chilometri di media intorno alla Terra è stato raggiunto per la prima volta da un essere umano. Parlarne oggi forse può essere considerato banale e scontato, ma io credo che in primo luogo sia dovuto.

Non posso che a malapena apprezzare la grandezza di quell’avvenimento, dato che allora sarebbe mancato un bel po’ alla mia nascita; e tuttavia, a ripensarci, quella fu davvero un’impresa grandiosa, fatta col vero slancio umano verso il futuro, il progresso, la sfida al nuovo, allo sconosciuto ed all’avverso. Allora non esistevano i materiali di cui disponiamo oggi, non c’erano le tecniche e l’esperienza, ed i loro computer erano di gran lunga meno potenti di una calcolatrice che oggi si trova al supermercato, tanto che la “piattaforma” preferita per i calcoli era sempre la carta e la penna. Un risultato grandioso.

Ed in questi casi si preferisce non ricordare che tale impresa altro non fu che il frutto di un sinistro sforzo politico teso a mostrare la superiorità di una nazione sull’altra. Parimenti, spesso si tralascia il fatto che tante delle nostre scoperte scientifiche ed avanzamenti tecnologici sono il risultato collaterale di un rapporto conflittuale ad alto livello, che praticamente solo nel caso della Guerra Fredda non è sfociato in un effettivo bagno di sangue.

Non voglio stare a disquisire su eventuali benefici di una guerra. Mi rammarico solo che quella meravigliosa e sorprendente spinta verso ciò che è oltre il nostro limite, invece che inaugurare un percorso virtuoso, si è poi in fretta prosciugata una volta raggiunto l’obiettivo primario, lasciandoci press’a poco al livello del 1969: uomo sulla Luna, sonde su Marte (la prima è del 1971), e poco altro.

C’è chi pensa che, prima di pensare di investire nello spazio, si devono prima risolvere i problemi. Giusto.

Giusto?

Ma neanche per sogno! Anche se in effetti mi potrei limitare a liquidare la faccenda ricordando che prima di togliere fondi all’esplorazioni spaziali si dovrebbero eliminare tutte le migliaia di miliardi di veri sprechi, sperperi ed distruzioni che vengono perpetrate sull’orbe terracqueo, aggiungo che nonostante si riuscisse in una tale impresa (che reputo immensamente più difficile) i finanziamenti alla ricerca spaziale debbano comunque essere garantiti, se non proprio una priorità.

Una priorità non solo scientifica, si badi, ma anche sociale e culturale di quest’umanità che, così popolosa, e dalla mente e dal cuore così grande, dopo aver guardato le fiere correre veloci, i pesci nuotare agili, gli uccelli volare leggiadri, ora non può fare a meno di alzare ancora di più gli occhi al cielo e rimirare quanto sono belle le stelle.

È un istinto insito nell’Uomo. Qualcosa che, da animale debole e perdente, l’ha reso grande, forte e vincente più di qualsiasi creatura terrestre. (E da questo, si ricordi sempre, che “da un grande potere derivano grandi responsabilità”, secondo un adagio molto noto tra i lettori di fumetti americani.)

Non credo che la via delle stelle ci debba essere preclusa. Non credo di fare uno sgarbo a nessuno se un giorno l’Uomo colonizzasse la Luna, Marte, le stelle. Non credo in alcun impedimento morale o divino che ci restringa ad un solo pianeta. Prima volgeremo lo sguardo alle stelle, prima capiremo il mondo che ci circonda, ed anche noi stessi.

E allora muoviamoci. Abbiamo già quaranta anni di ritardo.

Published in: on lunedì, 20 luglio 2009 at 21.06  Comments (2)  
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Tempi oscuri

O forse dovrei dire oscurati, od oscurantisti, perché francamente mi pare che dopo due secoli di illuminismo e positivismo una buona parte della gente abbia davvero perso la bussola e confonda i punti cardinali. Tanto per non essere “oscuro” a mai volta, mi sto riferendo al discorso che il Papa avrebbe dovuto tenere all’apertura dell’anno accademico alla Sapienza di Roma ed alle conseguenti polemiche.

Vero, certo, la Chiesa quanto ad oscurantismo ha un passato assai deplorevole, e qualcuno potrebbe dire anche oggi, ad esempio relativamente alle posizioni ecclesiastiche in tema di contraccezione e di etica scientifica. Di fatto, però, la Chiesa è da un po’ che non “oscura” nessuno: si esprime, invita i fedeli ad assumere determinate posizioni, influenza la vita sociale e politica degli Italiani. E molti Italiani seguono la Chiesa ed il Papa: questo è innegabile, come è innegabile che non avviene tramite coercizione o abuso di autorità sulle coscienze della gente. Non più, almeno. Ma questo dà fastidio, e non poco, a chi il Papa non lo ascolta. Ed il fastidio si tramuta in opposizione, in avversione, anche in livore.

Tutto è nato da una lettera di dissenso, firmata da 67 professori di fisica dell’ateneo, all’invito del Papa da parte del Rettore Magnifico. Le cause di questo dissenso risiedono in una presunta giustificazione del processo a Galileo da parte della Chiesa. Il dissenso ci può stare, la cattiva informazione meno (le parole citate dall’allora cardinale Ratzinger nel 1990 erano di Feyerabend, da cui è ideologicamente ben distante). Quello che assolutamente non ci può stare è prendere quel dissenso come pretesto per montare una gazzarra mai vista con lo scopo di impedire che il Papa pronunci il suo intervento. E così un centro di attività culturale e scientifica si è trasformato in una trappola per tappare la bocca la Pontefice.

Impedire al Papa di parlare, perché? Perché la Sapienza, pur essendo stata fondata da un Papa, è un’istituzione laica? Ma Benedetto XVI non l’ha mai messo in dubbio, e l’avrebbe ribadito nel suo intervento. Esplicitamente: “[La Sapienza] oggi è un’università laica con quell’autonomia che, in base al suo stesso concetto fondativo, ha fatto sempre parte della natura di università, la quale deve essere legata esclusivamente all’autorità della verità. Nella sua libertà da autorità politiche ed ecclesiastiche l’università trova la sua funzione particolare, proprio anche per la società moderna, che ha bisogno di un’istituzione del genere.”

Dunque minacce alla libertà dell’università non ce ne sarebbero state. Ma non è che, invece, la “laicità” di questi individui è così labile da poter essere messa in crisi dalla sola presenza del Papa? Non lo credo, e dunque ritengo che il motivo più plausibile è che l’anticlericalismo (che ha ben poco di scientifico) arda tanto in certi individui da non fargli sopportare il fatto che qualcuno, il Papa, lo ascolta davvero. E quindi, spacciando il loro accanimento come una difesa per la laicità e per il ruolo culturale dell’università, certi studenti che l’università magari la frequentano da un po’ troppi anni, mentre molto meno le biblioteche, si sono dati da fare ad “okkupare” rettorati, scrivere striscioni deliranti (“Il Papa è contro l’università” ed altre aminità) ed a giustificarsi in maniera scombiccherata a chi chiedeva loro il perché.

Il Papa non è un uomo universitario? A parte il fatto che invece lo è (ha insegnato a Ratisbona), anche se non lo fosse non dovrebbe parlare alla Sapienza? Così è stata del tutto dimenticata la lezione illuminista che affermava di fare di tutto perché qualcuno si esprima, anche se non si è d’accordo? Per di più, stiamo parlando di un eminente personaggio della cultura e della società, e questo è innegabile.

Qualcuno dirà che è stato invece il Papa a ritirarsi. Benedetto XVI, per quanto si detesti, non è uno stupido e non vuole creare disordini. Avrà pensato che per dire quei pochi concetti che aveva in mente, non sarebbe valsa la pena di affrontare rischi – non tanto per sé ma per le forze dell’ordine. L’intervento l’ha mandato lo stesso, è stato chiaro e per nulla oscurantista, come tanti invece avranno supposto a priori che lo fosse.

Qualcun altro dire che se il Papa non ha parlato alla Sapienza può comunque parlare in piazza ed aver voce nei tanti spazi che i mass media gli mettono a disposizione. Bisogna precisare che il Pontefice non ha deciso di parlare alla Sapienza di sua volontà, ma perché invitato dal Rettore: quello spazio gli è stato offerto, non se lo è preso. In ogni caso, non avrebbe tenuto un angelus del giovedì, ma un discorso universitario. Ed ha tutte le carte in regola per farlo, per quanto si possa non essere d’accordo con lui.

Davvero non mi capacito non di chi non è d’accordo, ma di chi non avrebbe mai voluto l’intervento di Ratzinger alla Sapienza. Di solito, quando non si è d’accordo con qualcuno, non lo si ascolta e basta: questo ci ha insegnato l’Illuminismo. Ma ora le parole: “È per me motivo di profonda gioia incontrare la comunità della Sapienza”, che Benedetto XVI avrebbe dovuto pronunciare lo scorso giovedì, suonano invece tristi e strozzate.

Legge per chi?

Sin da quando ero ragazzino, una delle questioni che ha sempre suscitato in me un certo interesse è quella riguardante le finalità della Giustizia. Per essere più precisi, uno Stato di diritto come deve punire gli autori dei reati? Con che fine si deve mandare in galera, se non addirittura alla forca? Quali sono i principi da tenere in considerazione quando si somministra una pena?

Col tempo, ho cambiato idea diverse volte. Ad esempio, c’è stato un periodo in cui ero favorevole alla pena di morte. Oggi non lo sono più, ma non per il solito, pedante motivo della sacralità della vita (nonostante per me la vita si effettivamente sacra). Negli anni sono arrivato alla conclusione che il miglior modo di amministrare la Giustizia sia quello in base al principio machiavellico dell’amoralità: non bisogna dunque tenere conto delle questioni morali nel giudicare una persona. Questo non vuol dire, chiaramente, che bisogna infischiarsene di ciò che il popolo sente, perché un buon governante deve assecondare i cittadini (o questi si rivolterebbero).

Non è un’idea peregrina, perché da ciò ne discende anche il famoso principio per cui “la legge è uguale per tutti”, che nella realtà è spesso disatteso ma è pressoché universalmente riconosciuto. Eppure, ci sono dei casi in cui anche la mente più convinta vacilla di fronte a certe atrocità…

Uno dei casi più eclatanti degli ultimi giorni è quello riguardante la condanna ad Erich Priebke, ex capitano delle Schutzstaffel (SS) che ebbe parte attiva nella strage delle Fosse Ardeatine. Priebke fu estradato in Italia nel 1995 e condannato all’ergastolo nel 1998. Nell’occasione, gli furono concessi gli arresti domiciliari per via dell’età avanzata. Nei giorni scorsi, ad Erich Pribke è stato concesso di uscire di casa per recarsi a lavorare. Ne è nato subito un caso politico e morale.

Ci si chiede subito se è “giusto” che un criminale di guerra possa usufruire di tale privilegio. La legge è chiara e la risposta è affermativa. E se la legge è uguale per tutti, è uguale anche per Erich Priebke. Perché allora lo si vuole ancora in galera? In sostanza, perché quello che fece è considerato troppo grave, e Priebke va punito senza sconti, anche a 93 anni.

A questo punto è chiaro che la questione verte su quali debbano essere i principi che animano uno Stato che condanna alla galera. Si manda in carcere perché il reo non nuoccia alla comunità; si danno pene detentive come possibile deterrente per altri criminali; si cerca di creare un sistema rieducativo per chi infrange la legge (su quanto sia velleitario e mal riuscito questo tentativo preferisco non discutere al momento). Ma si manda in prigione per punire? Per soddisfare il senso di rivalsa, per non dire di vendetta, delle vittime ed i loro parenti? Ed ecco come la penso io: in base al principio di amoralità di cui sopra, non si deve mandare in galera per punire o per vendetta. Non è questo, cioè, il principio che dovrebbe essere alla base della detenzione, perché uno Stato non si può ergere a maestrina del suo popolo o a fautore delle sue rivalse, o si finisce con un regime populista sin anche di stampo fascista-comunista.

In base a ciò, Erich Priebke deve restare in carcere? C’è pericolo che reiteri il suo crimine, o che in qualche modo sia un danno per la società? No, neanche se fosse a piede libero. Può essere rieducato? Priebke non necessita, né gli sarebbe utile, alcuna “rieducazione”. La sua detenzione può fungere da deterrente? Purtroppo proprio no, anche perché la condanna è arrivata ad oltre mezzo secolo dai fatti. Perché Priebke dovrebbe essere un recluso, quindi? A meno che non si intenda che la sua stessa esistenza sia un danno per la società, motivo che giustificherebbe striscioni come questo, apparso questa mattina davanti alla casa di Priebke:

Un manifestante davanti alla casa di Erich Priebke.

Ricordo che Adolf Eichmann fu l’unico condannato a morte della storia di Israele (in un processo civile). È singolare notare come un Paese come l’Italia, in prima linea a favore della moratoria delle Nazioni Unite contro la pena capitale, lasci correre con superficialità manifestazioni del genere. La condanna a morte può essere giudicata disumana; certamente l’entità della rappresaglia delle Fosse Ardeatine lo fu (ricordo che 330 dei 335 morti furono “giustificati” col principio di rappresaglia da parte delle autorità naziste; ma fu la dimensione e l’inutilità del gesto a rendere la cosa atroce, e non tanto i 5 morti in più).

Ma, a mio avviso, è disumano anche tenere recluso (in casa o in carcere) un uomo di 93 anni, e condannarlo ad un’esistenza vegetale. Per quanto aberrante e terribile fu ciò che fece, per quanto non abbia mai chiesto perdono per i suoi crimini, non dobbiamo ripagarlo con la stessa moneta, non possiamo abbassarci, o anche solo avvicinarci, a tali livelli di disumanità. La solidarietà ai parenti delle vittime è unanime, il riconoscimento dell’orrore nazista anche (tranne forse che per Ahmadinejad), la condanna all’ergastolo non è sparita, ma la decisione del tribunale militare non implica il perdono, che rimane e deve rimanere un fatto puramente personale.

Mi chiedo davvero come il Guardasigilli Clemente Mastella si possa dichiarare “perplesso” per la decisione del tribunale militare. Proprio lui che i criminali e gli assassini, ma quelli che tali sono ancora adesso, li ha lasciati a piede libero in seguito allo sciagurato indulto del luglio 2006.

Published in: on lunedì, 18 giugno 2007 at 20.12  Lascia un commento