Una comoda falsità, II

Dunque, tutto sbagliato? Il riscaldamento globale è indipendente dalle attività umane e non possiamo fare nulla per arginarlo? Ci hanno preso tutti per i fondelli? Alt: non facciamo gli stessi errori. Non è questo il senso del mio articolo. Voglio invece focalizzare l’attenzione su alcuni punti che ritengo importanti.

Il primo è che non basta il parere di uno, o un gruppo di scenziati, per determinare una verità scientifica (a volte neanche con la Matematica!). E soprattutto è necessario diffidare profondamente un parere scientifico quando è evidente il suo riscontro politico. Questo, si badi, non vuol dire che lo si deve considerare errato a priori: ci si deve bensì informare per conto proprio sul problema, con le fonti che più si reputano affidabili ed indipendenti, trarre le proprie conclusioni, ascoltare le tesi di chi la pensa diversamente.

“Una scomoda verità”, di Al Gore. La locandina recita: “Il più terrificante film che avrete visto finora.”Il caso più eclatante di sciacallaggio politico di attività scientifica è il recente film di Al Gore “Una scomoda verità“: le mancanze scientifiche, le esagerazioni statistiche, le mistificazioni teoriche e pratiche, le iperboli per atterrire il pubblico non si contano. In molti sanno che Al Gore è un politico di poco valore che gli Statunitensi hanno bocciato alle elezioni presidenziali del 2000, e che se avesse davvero voluto parlare del riscaldamento globale, lanciando un messaggio altrettanto globale, non avrebbe discusso così tanto sugli Stati Uniti e non avrebbe concluso lanciando un monito contro la politica ambientale del suo rivale George W. Bush.

In secondo luogo vi invito a riflettere sul fatto che le scienze sono in continua evoluzione, e soprattutto quando si tratta di applicarle a modelli macroscopici o intrinsecamente complessi (come l’evoluzione del clima di un pianeta) è una pretesa assurda quella di voler stabilire nel dettaglio le cause di un particolare fenomeno e di determinare con accuratezza assoluta la sua evoluzione per lunghi periodi. In questo caso non ci sono teorie in tutto e per tutto inconfutabili, a meno che non stiano molto sul generico, e si fa quel che si può con dei modelli puramente teorici.

Anche l’ipotesi dell’attività solare come principale causa del riscaldamento globale, per quanto possa sembrare plausibile per come l’ho presentata, può essere soggetta a critiche e potrebbe non spiegare alcuni fatti. Ad esempio, gli incrementi della temperatura registrati nell’ultimo secolo sono comunque molto elevati, anche se comunque “elevato” fa riferimento unicamente alle ricostruzioni dei modelli sinora creati e non a dati effettivamente rilevati.

Per tornare al problema, vi invito a riflettere sul fatto che la questione sul riscaldamento globale è uscita un po’ fuori dal controllo. La tesi delle cause umane pare essere largamente accettata, ma chiedetevi in quanti hanno effettivamente analizzato a fondo il problema e condotto ricerche in proposito. E di questi, in quanti siano partiti con l’effettiva idea di raggiungere una tesi indipendente piuttosto che il contributo di un qualche ente. Signori, la ricerca scientifica, purtroppo, va spesso avanti in questo modo, ed il “riscaldamente globale” è ormai diventato un’arma politica ed una fonte economica più che un oggetto di analisi scientifica. Insomma, potrebbe rivelarsi niente più che “una comoda falsità”.

C’è poi il fatto che, anche se davvero il riscaldamento globale fosse in gran parte per colpa umana, non è forse davvero possibile farci qualcosa! Innanzitutto, c’è da ricordare che una discreta parte dei gas serra (soprattutto metano e ossido di diazoto) vengono da attività agricole, e non da combustione di idrocarburi, ed in futuro non potrà che essere peggio visto che saremo in centinaia di milioni di più. Inoltre, palliativi e buone intenzioni come il Protocollo di Kyoto si stanno rivelando sempre di più dei buchi nell’acqua (l’Italia ha incrementato la propria produzione di CO2 dell’11.5% rispetto al 1990, quando avrebbe dovuto ridurle del 6.5%; ironicamente, gli USA – che non hanno ratificato tale protocollo – hanno avuto aumenti meno consistenti!). Inoltre spesso si “sbaglia mira”: si lascia manica larga ai Paesi in via di sviluppo, ma è da “mostri” come Cina ed India, arretrati quanto a sensibilità ambientale, che ci si dovrebbe guardare per le emissioni di gas serra. Infine, più che il problema ecologico, ci dovremo ancor prima preoccupare dei problemi politici ed economici della combustione di idrocarburi, in primis del petrolio ed in seguito del gas naturale. Di questo ne parlerò in seguito.

Insomma, di certezze assolute non ce ne sono, per cui è meglio non perdere la calma, accendere il cervello e cercare di comprendere quali sono le priorità. E pensare che c’è chi ritiene che l’effetto serra sia addirittura un vantaggio, per lo stesso motivo per cui si costruiscono le serre!

Published in: on venerdì, 23 marzo 2007 at 9.23  Comments (4)  

Una comoda falsità, I

varphi.gifIn questi giorni a Pisa (come del resto in molte parti d’Italia) fa un freddo cane, grazie ad una ventata d’aria gelida dalla Groenlandia. Mio padre, ieri, è rimasto a lungo bloccato dalla neve nelle montagne della Sardegna centrale. Sono in giorni come questi che vien da dire: “Ma dov’è il riscaldamento globale quando più lo si vorrebbe?”

Si tratta solo di una frase scherzosa, però fa intendere come l’idea di “riscaldamento globale” e di tutti i concetti simili (effetto serra, scioglimento dei ghiacci e così via) siano entrati nel parlare e nel pensare comune. Ma com’è che viene davvero inteso il problema?

Il riscaldamento globale è sostanzialmente un fatto incontrovertibile: c’è, e ci sono i dati che lo confermano. Generalmente, viene data la colpa di esso all’“effetto serra”, cioè al particolare fenomeno per cui la radiazione riemessa dalla Terra viene parzialmente riflessa da particolari gas presenti nell’atmosfera, e così rimandata al suolo. Chiaramente, maggiore è l’effetto di questi gas, maggiore sarà l’apporto calorifero di questa radiazione. Proprio come in una serra.

I principali “gas serra”, come vengono spesso chiamati, sono l’anidride carbonica (per la maggior parte), il metano (oltre 20 volte più efficace del CO2) ed il protossido di azoto (N2O). Attenzione, però, che l’effetto serra non è un fenomeno di questi tempi: esiste da quando la Terra ha un’atmosfera e anzi è ciò che la rende un pianeta vivibile, con sbalzi termici modesti tra il dì e la notte (per fare un esempio, l’escursione termica giornaliera sulla Luna – priva di atmosfera e quindi di effetto serra – è di oltre 300 gradi centigradi!).

L’effetto serra – ci si può chiedere – è sempre stato di questa entità? O di quella di, ad esempio, un secolo fa? Mille anni fa? Un milione? La risposta è chiara: no! E’ anzi variato moltissimo nel corso della storia della Terra. Basti pensare che 170 milioni di anni fa, durante il periodo Giurassico, i livelli di CO2 nell’aria raggiungevano livelli sino a 10 volte quelli attuali, e nel Cambriano sino a 20 volte.

Qualcuno forse potrebbe spaventarsi di tali dati, pensando che allora la Terra era un forno invivibile. In effetti, il nostro pianeta era davvero più caldo, perché la temperatura media, allora, era di 22 °C, 10 gradi superiore a quella attuale. Ma non questo non ha determinato affatto la fine della vita, tutt’altro: nel Giurassico la Terra era popolata da rettili enormi e coperta da vegetazione rigogliosa.

Per quanto riguarda invece la recente evoluzione della temperatura terrestre, si stima che nell’ultimo secolo la temperatura media globale si sia alzata di 0.74 °C, con un incremento medio di 0.17 °C a decennio negli ultimi 30 anni. Tutto a causa dell’aumento dei gas serra? Così parrebbe.

Tuttavia ci sono alcuni fatti che paiono non inserirsi correttamente nel quadro dell’aumento dei gas serra in correlazione con l’aumento della temperatura globale. In primo luogo, si parla del cosiddetto Periodo Caldo Medievale (Medieval Warm Period, MWP): mentre nei secoli a cavallo del 1700 c’è stato un periodo relativamente “freddo”, durante gli anni tra il 1000 ed il 1400 d.C. la temperatura media terrestre era paragonabile a quella attuale, pur essendo i livelli di anidride carbonica nell’aria inferiori a quelli odierni, e simili a quelli del 1800. Temperature simili sono state ricostruite per il periodo successivo all’ultima Era Glaciale, intorno al 6000 a. C. Cos’è successo, allora?

La risposta può essere difficile, perché in mancanza di rilevazioni precise e grazie in buona parte ad osservazioni indirette (come con la dendrocronologia) disegnare un quadro preciso ed inconfutabile della situazione è difficile, ma una cosa è assai probabile: la correlazione biunivoca tra riscaldamento globale e concentrazioni di gas serra è del tutto falsa. Quali altri fattori possono allora intervenire?

Un dato che non viene quasi mai menzionato quando si parla di riscaldamento globale riguarda l’attività solare. Il Sole ce lo immaginiamo spesso come una palla di fuoco, sempre presente ed immutabile. In realtà, la sua attività – che è la principale responsabile dei fenomeni meteorologici – può variare “sensibilmente”, in maniera spesso inquadrata in periodi ciclici ma in altri casi (specialmente nei medi e lunghi periodi) è ancora un’incognita ed è, per quanto ne sappiamo attualmente, ad andamento casuale. Quando sentiamo in televisione parlare di “tempesta solare”, ebbene, è il Sole che ha un’oscillazione della sua attività.

In base ad accurate (per quanto possibile) ricostruzioni storiche, l’attività solare ha registrato dei picchi ripetuti e continuativi durante l’MWP, ed è per questo motivo (o meglio: è probabilmente il motivo più importante) che si è avuto un periodo così “caldo”. E oggi? Ebbene, dati alla mano è incontrovertibile che nel corso del XX secolo l’attività solare è aumentata considerevolmente, raggiungengo e superando i picchi medievali.

L’attività solare negli ultimi due millenni tramite la misurazione delle variazioni del carbonio-14

Volete ridere? A quanto pare anche Marte sta subendo un fenomeno di riscaldamento globale, e dubito che in quel caso sia per colpa di attività umane. A meno che le sorprendenti sonde Spirit e Opportunity non abbiano imparato a scorreggiare.

La seconda e conclusiva parte a domani!

Published in: on mercoledì, 21 marzo 2007 at 11.01  Comments (1)  

Risparmio energetico?

Innanzitutto: buon 2007, e spero che abbiate passato tutti delle buone festività con le persone a voi più care! 😀 In secondo luogo: Era tanto che non scrivevo un post di carattere scientifico, ed oggi lo faccio. Facciamo un break dalla politica…

E guarda un po’, non parlo neppure di Matematica. Oggi, infatti, mi si è fulminata una lampadina. Non una qualsiasi, ma una di quelle cosiddette “a risparmio energetico”, cioè una lampada compatta a fluorescenza, di quelle che spesso (ed erroneamente) vengono dette “lampadine al neon”. Una comune lampada fluorescente per uso domestico A differenza delle comuni lampadine ad incandescenza, che emettono luce per effetto del surriscaldamento del filamento di tungsteno all’interno del bulbo (con conseguente efficienza energetica inferiore al 10%), le lampade fluorescenti – sia di tipo a tubo che compatto come quella mostrata in figura – emettono luce grazie all’arco voltaico che si forma all’interno del tubo e che emette radiazione ultravioletta, che viene a sua volta assorbita dal materiale biancastro fluorescente presente sulle pareti del tubo e riemessa sotto forma di radiazione luminosa. L’efficienza energetica di queste lampade è nettamente superiore di quelle comuni lampade ad incandescenza. Superiore è anche la vita media di queste lampade, anche cinque volte di più. Il problema è che lo sono anche i costi di produzione, e se pensate che la lampadina che mi si è fulminata aveva sì e no due anni di vita ecco che la riflessione è d’obbligo.

Il consiglio che viene generalmente fornito è quello di abbandonare l’uso delle lampade ad incandescenza a favore di quelle a fluorescenza. Normalmente questo può essere ben accettato, ma bisogna pensare anche a quei casi in cui le lampade a fluorescenza non sono vantaggiose. Vediamo perché.

Innanzitutto, esaminando una lampada ad incandescenza la prima cosa che salta all’occhio è l’estrema semplicità costruttiva: un filamento di tungsteno da neanche un grammo, un po’ di argon, un bulbo di vetro ed uno zoccolo di alluminio: fine. Non credo che produrre un tale oggetto costi più di 10 centesimi (leggermente diverso è il discorso delle lampade alogene, ma per ora tralascio). Le lampade a fluorescenza tradizionali, invece, consistono nel tubo, in uno starter (il cui scopo è consentire la formazione dell’arco voltaico) ed un reattore capace di fornire la tensione elettrica costante necessaria per il funzionamento (ricordo che l’Enel ci fornisce una tensione alternata a 50 Hz).

Il tubo, di vetro, agli estremi ha due elettrodi tra i quali si forma l’arco elettrico, che eccita gli elettroni del gas ionizzato all’interno e li fa emettere radiazione ultravioletta. Il gas in questione è argon o neon (da cui l’equivoco di cui sopra) miscelato a vapori di mercurio, veri responsabili della radiazione ultravioletta. Il tubo, come detto, è rivestito internamente da materiale fluorescente, variando il quale si ottiene una diversa colorazione della luce emessa. Lo starter, invece, è un banale interruttore automatico che si apre e chiude con il calore: spesso capita che si rompa, anche con un piccola esplosione. Il reattore, invece, è un’induttanza che raramente si rompe, ma capita ed è una seccatura da sostitutuire (non è difficile, ma una persona a secco di conoscenze elettriche potrebbe non essere in grado di farlo). Come potete intuire, il costo di tutto questo accrocchio è decisamente più elevato. Leggermente diverso è il discorso delle lampadine fluorescenti compatte, che non hanno bisogno di starter in quanto dispongono di accensione elettronica, dispositivo che le rende molto più semplici da montare ma che ne riduce parzialmente l’efficienza e la longevità. E se si rompe qualcosa, devono essere buttate interamente, mentre nel caso precedente si possono sostituire i singoli componenti.

Il problema, dunque, qual è? Le lampade fluorescenti sono poco adatte a frequenti accensioni e spegnimenti: si comportano al meglio come luci d’ambiente in grado di operare per almeno un’ora, altrimenti si aumenta il consumo di elettrodi e starter, causando nel caso delle lampade compatte una fine prematura del ciclo vitale. In sostanza, per un ripostiglio delle scope può convenire usare una lampadina ad incandescenza da 30-45 W. Inoltre, il circuito delle lampade compatte non è a tenuta stagna, per cui è sempre meglio tenere queste lampade lontane da ambienti umidi o con emissione di vapori tipo una cucina.

In secondo luogo, c’è il problema della presenza di mercurio all’interno delle lampade. Forse non tutti sanno che le lampade a fluorescenza necessitano di un particolare smaltimento e non possono essere buttate tra il materiale indifferenziato. Credo che si faccia poca informazione a riguardo.

Tutto questo, comunque, fa comunque propendere all’uso generale delle lampade fluorescenti. Tuttavia, ci sono argomentazioni che mi lasciano un po’ scettico, e di nuovo riguardano l’impatto ambientale. Le lampade ad incandescenza richiedono pochissime risorse per essere costruite e si possono riciclare quasi completamente; quelle a fluorescenza, che già richiedono molto più materiale in fase costruttiva, finiscono quasi del tutto sprecate. Spero che la tecnologia migliori col tempo, perché tutto questo risparmio energetico (e soprattutto ambientale) che parrebbe dal mero confronto dell’efficienza dei due tipi di lampade in realtà non c’è.

Non voglio stare ad elencare tutti gli altri difetti classici delle lampade a fluorescenza, tipo la luce di colorazione non eccellente, il ronzio che viene talvolta emesso, l’effetto stroboscopico, l’impossibilità di applicare un dimmer (cioè un variatore di luminosità), il tempo necessario per “riscaldare” la lampada all’accensione, la ridotta efficienza a basse temperature ambientali e così via, perché si tratta in sostanza di difetti di minore entità. Vorrei però rimarcare che l’impiego massiccio di lampade a fluorescenza ci alleggerisce la bolletta di sicuro, ma altrettanto sicuramente a livello globale non è che un palliativo al problema energetico. Il mondo intero richiederà sempre più corrente elettrica, e tutto questo porta a problemi di ben maggiore entità…

Ma ne parlerò un’altra volta.

Published in: on lunedì, 8 gennaio 2007 at 1.05  Comments (11)  

La semplice vita complicata…

Aprite un’altra finestra del vostro web browser, proprio quello che stato usando… Internet Explorer, Firefox, Opera, Safari, Avant Browser, quel che è. Riducete la finestra fino alle dimensioni di 240×320 pixel, cioè grossomodo così:

Google in miniatura

Riducete anche al minimo la dimensione dei font. Ora provate a navigare. Senza mouse. E non vi dico di usare al posto della tastiera una sorta di tappetino con una ventina di pulsanti, ma avrete già un’idea di cosa significhi navigare su Internet con un telefonino, pure di ultima generazione.

Ieri ho voluto fare questa navigazione di prova: l’idea che ne ho avuto è stata ovviamente quella di lentezza, di estrema scomodità (anche perché di siti ottimizzati per la visualizzazione su un cellulare o PDA se ne contano davvero pochi), ma la cosa pareva abbastanza simpatica. Poi mi è venuto in mente di chiamare il 414: “… L’ultimo addebito è di euro. Nove. E… novantasei. Centesimi. Grazie per la cospicua elargizione e arrivederci!” Non credevo alle mie orecchie. Quasi dieci euro per neanche cinque minuti di navigazione…

In sostanza, se avessi chiamato dall’estero un cellulare TIM avrei speso di meno. Sarebbe questa l’idea di connessione che ci offrono, sarebbero queste le tecnologie dell’ultima generazione? Dieci anni fa navigavo meglio e pagavo meno. Certo, non nella taschino della camicia ma, a dirla tutta, che me ne faccio? Soprattutto se il prezzo è quello.

Certo, ci sono poi le varie offerte fatte apposta per la navigazione, ma il cellulare potrà funzionare giusto da modem per il computer e non sarà mai uno strumento per navigare autonomamente (non senza un’uscita video adeguata).

La verità è che un sacco di supposte innovazioni che dovrebbero semplificarci la vita in realtà rischiano di complicarcela. All’improvviso mi sono ritrovato senza dieci euro di credito nel cellulare, nel mio piccolo. Poi mia sorella ha “perso” una chiave della sua macchina perché non riconosceva più il codice, per qualche motivo ignoto. Mi fa ridere quella pubblicità con Amendola nella quale stanno in cinque a guardare lo schermo da due pollici scarsi di un “tivvufonino” per vedere i Mondiali male e con un sonoro gracchiante.

Orsù, che l’innovazione vada avanti! Questo è giusto. Ma non dimentichiamo come si distingue ciò che è utile da una boiata.

Published in: on domenica, 2 luglio 2006 at 23.05  Lascia un commento