Libertà di pestaggio

Forse sarò che sono stato cresciuto in maniera troppo buona, ma ci sono delle cose che effettivamente mi lasciano sbigottito. Un altro, milionesimo parere sull’aggressione a Berlusconi? Ebbene sì, ma vorrei affrontare la cosa in maniera un po’ diversa. Anche perché l’eco ha fatto il giro del mondo, e tante parole sono già state dette. I telegiornali, oggi, non hanno parlato praticamente d’altro.

Non mi soffermerò tanto su Berlusconi, che non è mai stato al top delle mie preferenze politiche ma a cui auguro sentitamente una pronta guarigione. So che si rimetterà, che forse ne uscirà un po’ cambiato ma non basterà a fargli esaurire la spinta che ha sempre messo nella sua azione. Non dirò molto su Di Pietro, che non ha fatto altro che rimarcare il marciume della pasta di cui è fatto, e neppure sulla Bindi che, forse ancora col dente avvelenato verso il premier che l’aveva definita “più bella che intelligente”, ha dato clamorosa prova che Berlusconi non aveva poi tanto torto. Basteranno i loro stessi alleati politici a farli zittire.

Quello che vorrei sottolineare è l’impatto che una cosa del genere può avere sulla vita quotidiana. Mi è stato insegnato che la vita umana è sacra, e che augurare la morte di una persona è pessima e riprovevole cosa anche se si tratta di uno scherzo, ed è giusto incommentabile in un accesso di rabbia, cui però è necessario fare ammenda. Ma qui nessuno è arrabbiato. Io vedo tanti commenti di gente che, con la mente fredda e lucida del giorno dopo, mi induce a pensare: ma se ne rendono conto, di quel che dicono? Penso che un giorno le stesse cose potrebbero dirle di me, ed allora dovrò pregare di non avere tanti avversari come Berlusconi o dovrò stare perennemente sul chi vive.

Non si tratta di quei frustrati che, su Facebook, hanno riempito i gruppi di fan di Tartaglia, inneggiando contro il premier ed istigando all’emulazione. Si sa che Internet, col suo anonimato o presunto tale, toglie le inibizioni che normalmente avremmo nella vita quotidiana, perché in sostanza ci si sente impuniti. No, purtroppo quello di cui parlo è ben più grave, proprio perché viene nella vita quotidiana.

Parlo di coloro che, sorridendo, il giorno dopo lasciano commenti del tipo: “Se fosse morto ero pronto a scendere a festeggiare!” Gente normalissima, che siede accanto a te in ufficio, con cui prendi un caffé al bar e discuti dell’ultima gara di Valentino Rossi.

Parlo di quelli che sono subito sbottati in un: “Ben gli sta!” Di quelli che hanno pensato che, in fondo, Berlusconi se la sia cercata perché è sempre sopra le righe.

Parlo di quelli che no, non farebbero mai una cosa del genere, ed io gli credo pure, ma sotto sotto la “bravata” di quel Tartaglia li ha fatti sorridere e magari hanno pensato che era l’ora che qualcuno gli facesse capire che non è d’accordo con lui.

Parlo di quelli la cui unica preoccupazione, ora, è che la televisione non parlerà d’altro e che quello squilibrato di Tartaglia di Berlusconi ne ha fatto un martire.

Ditemi voi se non avete incontrato almeno uno che la mettesse in questi termini. Io abito in Toscana, ed è più difficile trovare uno che non l’abbia fatto. A parole siamo tutti bravi a condannare, a dire “no” alla violenza, addirittura a chiamarci “pacifisti”. Ma nei fatti, e nell’anima, quanto possiamo esserlo? Perché la gente su menzionata non rappresenta un paio di casi isolati: è una grossa moltitudine che vive tra noi, parla con noi, lavora con noi, ci manda gli auguri di Natale, gente che normalmente definiremmo irreprensibile. Ma è quella gente che trova normale, in una conversazione anche tra sconosciuti, insultare liberamente Berlusconi e dirne contro anche se non si ha la più pallida idea di cosa voti l’altro. Non so voi, ma io non mi sognerei mai di criticare liberamente un qualsiasi esponente politico di fronte ad una persona che conosco appena: è una questione di rispetto, perché se per caso l’interlocutore quella persona la vota e l’appoggia non farei che metterla in imbarazzo. Con Berlusconi, caso strano, questo non sembra valere

Tuttavia, in tanti sono convinti che la colpa, in fondo, sia di Berlusconi. Mi dispiace, ma mi oppongo con tutte le forze ad un concetto del genere. Non voglio, non posso accettare che Berlusconi, o un qualsiasi rappresentante politico, possa in qualche modo spingermi a comportarmi nei modi di “tutti i giorni” che ho su citato. Sono una persona adulta, matura, consapevole dei miei mezzi e delle mie opinioni, dotata del raziocinio che sopprime le mie escandescenze e sostiene le mie ragioni. Per cui, non riconosco a Berlusconi colpa alcuna di quello che è accaduto e trovo indice di mancanza di responsabilità fare diversamente. Io, quel che penso, lo penso perché è frutto della mia mente e del mio raziocinio. E chiunque abbia una concezione simile di se stessi non potrà che essere d’accordo; per tutti gli altri, provo profonda pena.

Sembrerà la frase di un prete, ma mi è stato detto che anche se non si commette un’azione riprovevole, il solo essere solidali con chi l’ha commessa è equivalente ad averla fatta a propria volta. In poche parole, è ipocrisia. Forse non è necessario arrivare a dire tanto, ma certo è superficialità, è noncuranza, è fregarsene del fatto che, prima o poi, uno che la fa sul serio grossa arriverà, e noi non avremo fatto nulla per impedirgli di covare un tale proposito. Massimo Tartaglia non è “figlio” delle esternazioni di Di Pietro: Di Pietro è solo l’ultimo capopopolo che agita le folle col megafono per far apparire più grandi i suoi concetti.

Massimo Tartaglia è nostro figlio, nostro fratello e nostro padre. Ci è cresciuto accanto, lui che, poveretto, è in cura psichiatrica da dieci anni. Io però non sono sicuro che la prossima volta un aggressore possa essere altrettanto instabile. La colpa di Tartaglia, immaginari lettori, parte da se stessi, dai propri conoscenti, dai propri colleghi di lavoro, dai propri amici e parenti, per quanto secchi ammetterlo. Ciò che è successo ieri per me fa parte dello stesso treno di sentimenti che parte dal proprio quotidiano e che ancora una volta è deragliato, ma che trova tante persone pronte a rimetterlo sui binari.

Perché la prima volta fu un treppiede, un bernoccolo e qualche graffio. Questa volta una statuetta, due denti ed un naso rotto, un labbro lacerato e 48 ore di osservazione ospedaliera. Facciamo in modo che la prossima volta non ci scappi il morto, per favore.

Published in: on lunedì, 14 dicembre 2009 at 21.48  Comments (3)  
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Pace dei sensi

Non credo di riproporre un argomento originale parlando del recente premio Nobel per la Pace vinto dal Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, ma a cinque giorni di distanza dall’assegnazione posso mettere insieme alcuni pensieri coerenti.

Il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama

La prima considerazione, che è venuta subito in mente a tutti, è che Obama non ha fatto poi granché per meritarsi ciò che dovrebbe essere il massimo riconoscimento a chi più di tutti ha concorso attivamente per la pace mondiale. Sfido chiunque a non essersi mostrato stupito all’annuncio della vittoria di Obama, che da appena 10 mesi è Presidente degli Stati Uniti, e che solo in quanto tale può aver fatto qualcosa di significativo (perché un posto da senatore americano, francamente, non mette molto in luce). Anzi, a voler essere cinici, si può dire che la presidenza di Obama è finora quella sotto la quale c’è il maggior sforzo militare in Afghanistan, ed inoltre che un simbolo della pace non dovrebbe rifiutarsi di incontrarne un altro, come invece aveva fatto poco prima col 14esimo Dalai Lama. Perché, di concreto, non c’è stato proprio nulla.

Il fatto che Obama stesso abbia riconosciuto di non meritarsi il premio mi fa ben sperare, ma dall’altra parte mi preoccupa. Dal mio punto di vista, infatti, un Nobel per la Pace dev’essere un simbolo della pace stessa, un esempio per tutti, un’utopia per tanti. Ma può un Presidente degli Stati Uniti operare in questo ruolo? Stiamo parlando della nazione con l’esercito più numeroso, più addestrato e meglio equipaggiato del mondo (c’è giusto quello israeliano che può competere), una nazione con un’influenza politica ed economica impareggiabile. L’ago della bilancia della diplomazia mondiale, quella che più di tutti può raddrizzare i torti e far abbassare la cresta ai dittatori di turno, con le buone… o con le cattive.

Dunque, Barack Obama come il Dalai Lama? Se vogliamo fare una rima sì, ma altrimenti no. Non potrebbero mai esserlo: Barack Obama, come ogni Presidente degli USA, dev’essere il campione della realpolitik, e fare cioè che dev’essere fatto, e non ciò che è giusto fare, perché non sempre ciò che è giusto fare porta ai risultati migliori, quelli che servono davvero al benessere di tutti. Quando, qualche giorno fa, Obama lasciò ad un suo delegato di incontrare il Dalai Lama (mentre il suo predecessore George W. Bush lo incontrò di persona), ne fui contrariato ma riconobbi in Obama il ruolo di colui che sa quello che fa. Ora, invece, come cambieranno le cose?

C’è una crisi economica mondiale da cui ci stiamo sollevando lentamente e delicatamente tutti quanti; c’è una crisi militare in Afghanistan; c’è una crisi politica con Cina, Venezuela, Corea del Nord e soprattutto Iran, che paiono aver rialzato la cresta da quando Barack Obama ha soppiantato Bush. A me, infatti, pare che la linea estera di Obama, così diversa da quella di Bush, abbia portato tante belle parole ma ben pochi risultati concreti, ed anzi abbia procurato agli Stati Uniti ed alla diplomazia mondiale un sacco di perdite di tempo se non dei veri e propri smacchi (i lanci missilistici iraniani ne sono un chiaro esempio). Come dovrebbe reagire un Presidente degli Stati Uniti d’America a tutto questo? Ma la domanda pressante ora è: come reagirà il Presidente degli Stati Uniti e vincitore del Premio Nobel per la Pace Barack Obama?

Gli estremi sono due: o Barack Obama continuerà per la sua strada, lasciando in bacheca il suo importante riconoscimento, oppure cercherà di meritarlo in tutto e per tutto, inquadrando tutto nell’unica ottica pacifista e così indossando le vesti di un ruolo che non gli compete. In mezzo, tutto un ventaglio di possibilità. Capire dove penderà la bilancia, se da quella del Presidente degli Stati Uniti o del Premio Nobel per la Pace, non sarà affatto semplice, ma se dovesse pendere dalla parte del Nobel allora sarò convinto che la scelta del comitato sia stata quanto mai sciagurata. È una mia convinzione, forse verrò smentito dai fatti e vorrà dire che questo mondo è migliore di quanto lo dipingessi, ma al momento sono pessimista. Ed un pessimista, si sa, è solo un ottimista meglio informato…

D’altra parte, un Presidente degli Stati Uniti è comunque alla mercé del suo popolo, ed ora il suo popolo, più che riconoscere in Obama un grande uomo che ha ridato la speranza di pace nel mondo, lo sta canzonando in tutti i modi, sino a dipingerlo come vincitore di premi Oscar, delle Olimpiadi e del campionato di basket. Segno, forse, che gli Americani sono capaci di dare il giusto peso a questo Nobel per la Pace 2009, cioè molto poco, e che lo archivieranno presto come un capriccio politico di un gruppo di benpensanti europei. Insomma, un’ultima chicca dopo i premi Nobel per la Pace dati a dittatori sovietici come Mikail Gorbaciov (1990), a terroristi come Yasser Arafat (1994) ed a pessimi presidenti come Jimmy Carter (2002). Ed allora Obama tornerà ad essere di nuovo il Presidente degli Stati Uniti. E basta.

Io sono sempre stato convinto che il detto romano: “Si vis pacem, para bellum” (“se vuoi la pace, prepara la guerra”), fosse tutt’altro che peregrino, e che contro chi non ha la minima intenzione di ragionare un’azione di forza possa essere efficace per riportare a più saggi consigli, se non proprio ad eliminare il problema per se stessi ed anche per gli altri (senza comunque dover scatenare putiferi come la guerra in Iraq, s’intende), ma non credo che sia quella la filosofia che sta alla base delle motivazioni che hanno portato il Nobel ad Obama. Ed è naturale, quindi, che mi chieda quale strada seguirà.

Al momento, c’è poco da aggiungere. Troppo poco tempo è passato. Contro l’Iran ci sono state parole dure, e nuovamente alludevano all’uso delle armi, ma stavolta a pronunciarle è stata la Segretaria di Stato Hillary Clinton: approccio consuetudinario o cambio di linea politica? C’è solo da aspettare e da capire.

Contro Obama non ho niente in particolare, anche se mi è sempre parso uno che si è sempre vestito delle sue parole. La sua più importante riforma, quella sanitaria (che in Europa sarebbe quasi scontata), in America appare forzosa e anacronistica in tempi di crisi economica. Obama è in difficoltà, forse ingrate, nei sondaggi e lui se la prende con i network che gli sono avversi, un po’ come Berlusconi (con la differenza che la Fox è un gruppo privato). Sono estremamente dubbioso sulla sua politica energetica e sull’idea di basare su di essa il rilancio dell’economia, per non parlare della contemporanea riduzione del debito pubblico. In ogni caso, molto c’è ancora da fare e spero solo che il suo Nobel, più che rimescolare le carte, non le getti proprio all’aria.

Published in: on mercoledì, 14 ottobre 2009 at 22.41  Lascia un commento  
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“One small step…”

Sicuramente l’avrete sentito, negli ultimi giorni. Sono passati quarant’anni da quando quel grosso pezzo di roccia che orbita a 384 mila chilometri di media intorno alla Terra è stato raggiunto per la prima volta da un essere umano. Parlarne oggi forse può essere considerato banale e scontato, ma io credo che in primo luogo sia dovuto.

Non posso che a malapena apprezzare la grandezza di quell’avvenimento, dato che allora sarebbe mancato un bel po’ alla mia nascita; e tuttavia, a ripensarci, quella fu davvero un’impresa grandiosa, fatta col vero slancio umano verso il futuro, il progresso, la sfida al nuovo, allo sconosciuto ed all’avverso. Allora non esistevano i materiali di cui disponiamo oggi, non c’erano le tecniche e l’esperienza, ed i loro computer erano di gran lunga meno potenti di una calcolatrice che oggi si trova al supermercato, tanto che la “piattaforma” preferita per i calcoli era sempre la carta e la penna. Un risultato grandioso.

Ed in questi casi si preferisce non ricordare che tale impresa altro non fu che il frutto di un sinistro sforzo politico teso a mostrare la superiorità di una nazione sull’altra. Parimenti, spesso si tralascia il fatto che tante delle nostre scoperte scientifiche ed avanzamenti tecnologici sono il risultato collaterale di un rapporto conflittuale ad alto livello, che praticamente solo nel caso della Guerra Fredda non è sfociato in un effettivo bagno di sangue.

Non voglio stare a disquisire su eventuali benefici di una guerra. Mi rammarico solo che quella meravigliosa e sorprendente spinta verso ciò che è oltre il nostro limite, invece che inaugurare un percorso virtuoso, si è poi in fretta prosciugata una volta raggiunto l’obiettivo primario, lasciandoci press’a poco al livello del 1969: uomo sulla Luna, sonde su Marte (la prima è del 1971), e poco altro.

C’è chi pensa che, prima di pensare di investire nello spazio, si devono prima risolvere i problemi. Giusto.

Giusto?

Ma neanche per sogno! Anche se in effetti mi potrei limitare a liquidare la faccenda ricordando che prima di togliere fondi all’esplorazioni spaziali si dovrebbero eliminare tutte le migliaia di miliardi di veri sprechi, sperperi ed distruzioni che vengono perpetrate sull’orbe terracqueo, aggiungo che nonostante si riuscisse in una tale impresa (che reputo immensamente più difficile) i finanziamenti alla ricerca spaziale debbano comunque essere garantiti, se non proprio una priorità.

Una priorità non solo scientifica, si badi, ma anche sociale e culturale di quest’umanità che, così popolosa, e dalla mente e dal cuore così grande, dopo aver guardato le fiere correre veloci, i pesci nuotare agili, gli uccelli volare leggiadri, ora non può fare a meno di alzare ancora di più gli occhi al cielo e rimirare quanto sono belle le stelle.

È un istinto insito nell’Uomo. Qualcosa che, da animale debole e perdente, l’ha reso grande, forte e vincente più di qualsiasi creatura terrestre. (E da questo, si ricordi sempre, che “da un grande potere derivano grandi responsabilità”, secondo un adagio molto noto tra i lettori di fumetti americani.)

Non credo che la via delle stelle ci debba essere preclusa. Non credo di fare uno sgarbo a nessuno se un giorno l’Uomo colonizzasse la Luna, Marte, le stelle. Non credo in alcun impedimento morale o divino che ci restringa ad un solo pianeta. Prima volgeremo lo sguardo alle stelle, prima capiremo il mondo che ci circonda, ed anche noi stessi.

E allora muoviamoci. Abbiamo già quaranta anni di ritardo.

Published in: on lunedì, 20 luglio 2009 at 21.06  Comments (2)  
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Baraonda energetica, VII: il nucleare, quarta parte

Quarta parte sull’analisi dell’energia nucleare, incentrata sui costi del nucleare civile.

Quanto costa costruire una centrale nucleare?
In termini assoluti, a parità di potenza reale prodotta, costa parecchio rispetto ad impianti a carbone o a gas, intorno rispettivamente al 50-200% in più. Rispetto ad impianti eolici e solari, invece, nettamente meno. In uno studio del Massachussets Institute of Technology (MIT) del 2003, il costo “sulla carta” di una centrale nucleare viene stimato in circa duemila dollari al kW di potenza installata. Pareggiando il valore del dollaro con l’euro (in maniera generosa, visto che oggi la divisa europea vale il 50% più di quella americana), ciò significa che una centrale nucleare da 1 GW di potenza nominale di tipo “classico” PWR/BWR, o magari qualche sua evoluzione come l’EPR, costa nominalmente due miliardi di euro: valore circa doppio di quello di una centrale a carbone, e circa triplo di quello di una centrale a gas a ciclo combinato.

Tra le centrali di produzione “massiccia”, si tratta certamente della spesa più ingente. La stima del MIT non è l’unica (alcune altre riportano 1200-1500 euro al kW installato) ma rende l’idea delle cifre in gioco. Questo fa capire che la costruzione delle centrali nucleari sia possibile solo grazie all’azione di grandi banche o dello Stato, il che si traduce in un’ulteriore incremento delle spese dovute agli interessi annuali. La cosa si fa più onerosa se si considera che i tempi di costruzione delle centrali nucleari non sono brevissimi: se sulla carta i tempi di costruzione dovrebbero essere sui quattro anni (con costruttori come l’americana Westinghouse che dichiarano 36 mesi per il completamento di una centrale), è possibile che ci possano essere dei ritardi che facciano slittare il momento in cui la centrale produrrà effettivamente elettricità, e che aumentino gli interessi sul prestito iniziale. Il già citato reattore finlandese di Olkiluoto-3, pur avendo la “scusante” di essere il primo reattore di tipo EPR al mondo, è in costruzione dalla primavera del 2005 ma per problemi varî non entrerà in produzione prima del 2010, quando la compagnia francese Areva aveva previsto inizialmente la piena operatività alla fine del 2008. C’è da ricordare, tuttavia, che alcuni recenti reattori costruiti in Cina, con uno stretto controllo sui tempi e sul budget, sono stati completati secondo la tabella di marcia.

Stimando un tasso d’interesse del 5% annuo, e tempi di costruzione di circa sei anni, l’investimento totale per un reattore da 1 GW può essere stimato in circa 2.68 miliardi di euro. Per i reattori di tipo CANDU i costi lievitano ulteriormente, soprattutto a causa dell’uso di acqua pesante pura al 99.75%, ma sono generalmente compensati da altri vantaggi, tra cui una maggiore efficienza complessiva e l’assenza della necessità di impianti di arricchimento dell’uranio. L’evoluzione ACR-1000, reattore di III generazione, fissa come obiettivo un costo di 1000 dollari al kW installato.

Non è finita. A questi costi, valevoli con diversi parametri anche per centrali termoelettriche o idroelettriche, si devono aggiungere anche quelli specifici di smantellamento (il tecnico termine inglese è decommissioning), cioè di quei costi necessari per la messa in sicurezza dei reattori nucleari dopo che hanno esaurito il loro ciclo vitale. Questa pratica è fondamentale perché i reattori risultano contaminati dopo un utilizzo lungo decenni. Uno studio del 2003 dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) stima, sempre per un reattore da 1 GW, costi di smantellamento di 200-500 milioni di dollari per il tipo PWR, 300-550 per un BWR e 270-430 per un reattore CANDU. Il costo dello smantellamento può anche non essere compreso nell’investimento iniziale ma ricaricato preventivamente sul costo del kilowattora prodotto.

In soldoni, quanto ci costerebbe l’energia prodotta da una centrale nucleare?
Ai costi di costruzione della centrale, vanno aggiunti quelli per le operazioni e la manutenzione (abbreviato generalmente O&M) dell’impianto, quelli per il suo smantellamento, e quelli per il combustibile. Il già citato studio del MIT è autorevole ma pecca in difetto per alcuni fattori: in primis, la vita media di un reattore nucleare si può stimare in 40 anni, ma con progetti recenti potrebbe arrivare anche a 60; come secondo punto, stima un costo per l’O&M di 1.5 centesimi di dollaro al kWh prodotto, affermando che 1.3 centesimi sono un limite minimo per il caso americano, mentre invece è addirittura superiore alla media del 2007 di 1.29 centesimi al kWh, riferito a tutta l’industria nucleare civile americana, e già nel 2003 tale valore era di 1.4 c$/kWh (si noti come, naturalmente, i costi di O&M per le centrali nucleari siano sensibilmente più alti rispetto a quelli di altri tipi di centrali); ed in terzo luogo, stima come caso migliore un’efficienza dell’impianto (cioè, come rapporto tra energia effettivamente prodotta e quella che nominalmente potrebbe produrre) dell’85%, quando le centrali nucleari statunitensi sono ben oltre tale valore, arrivando al 91.8% di efficienza, e niente vieta di raggiungere efficienze maggiori con i reattori più moderni. Il reattore coreano Wolsong-4, di tipo CANDU, ha un’efficienza del 97.2%. In sostanza, lo studio del MIT sembra che miri a scoraggiare il nucleare, al fine però di adottare un più massiccio uso di gas e carbone, con il quale il nucleare è paragonato.

Stimando dunque, in un caso plausibilmente ingeneroso, un’efficienza dell’impianto del 90% ed una vita di 40 anni, si ha che il reattore nella sua vita produrrà circa 315.6 miliardi di kWh di energia elettrica, su ognuno dei quali il costo della costruzione della centrale peserà per circa 1.9 centesimi di euro. Ipotizzando un (generoso, secondo i dati OCSE) costo di smantellamento di 600 milioni di euro, ci si devono aggiungere circa 0.19 centesimi di euro. Per i costi di operazioni e manutenzione, si può considerare la media americana di 1.3 centesimi al kWh, e paragonarla ancora una volta con gli euro. Inoltre, c’è da considerare il consumo del combustibile nucleare: a differenza di altri impianti, quali il carbone ed il gas, tale voce è solo marginale nella produzione di energia elettrica, e si riporta un valore di 0.47 centesimi al kWh per l’industria nucleare americana del 2007 (di 69 reattori PWR e 35 BWR), comprendenti i costi di estrazione ed arricchimento dell’uranio e la costituzione del fondo per lo stoccaggio dei rifiuti. In totale, dunque, un kilowattora di energia elettrica prodotto da una centrale nucleare costa circa 3.85 centesimi di euro. Si noti che un utente privato italiano paga un kWh di elettricità circa 19 centesimi, un valore quasi 5 volte superiore.

C’è da aggiungere che alcuni parametri di costo possono essere assai variabili. Nel conto, si sono considerati i riferimenti dell’industria nucleare americana, efficiente e con tanta esperienza alle spalle, per cui i costi di O&M e del combustibile potrebbero anche raddoppiare in un ipotetico caso italiano. D’altra parte, si può ipotizzare una vita della centrale più lunga; conti più affidabili sul capitale iniziale (che non viene stanziato tutto all’inizio); efficienze migliori dei nuovi impianti e così via. C’è da dire che, nonostante queste variabili, il nucleare rimane comunque una fonte energetica economicamente competitiva: ricordando ancora lo studio del MIT, esso riporta come valori più ottimistici rispettivamente 4.4 e 3.8 centesimi al kWh per impianti a carbone e a gas a ciclo combinato. La convenienza dell’energia nucleare può anche dipendere dalla presenza o meno della carbon tax, che viene applicata alle centrali a carbone, petrolio o gas ma non a quelle nucleari.

A titolo di confronto, i soli costi di costruzioni della centrale solare termodinamica spagnola di Andasol-1, calcolati su un tempo di 40 anni, incidono su ogni kWh prodotto dalla centrale per ben 11.4 centesimi di euro al kilowattora; il costo un turbogeneratore eolico da 2 MW di potenza nominale e dal costo di 3.5 milioni di euro, operante per 30 anni con un’efficienza del 25%, inciderebbe per 5.2 centesimi al kWh, ancora una volta senza contare i costi di O&M (di cui mancano dati abbastanza affidabili).

Come funzionano i reattori nucleari autofertilizzanti?
L’uranio-238 non è un materiale fissile, cioè non subisce una fissione nucleare tramite bombardamento di neutroni. Tuttavia, è un materiale fertile, cioè può essere trasformato in materiale fissile. Questo avviene tramite il bombardamento con neutroni veloci (cioè neutroni con energia cinetica di almeno 1 MeV, megaelettronvolt), che trasmutano l’238U in 239Pu (plutonio-239) in circa un paio di giorni, e tale materiale è infine fissile. Il concetto di reattore autofertilizzante (breeder, in inglese) sta proprio nel principio secondo cui esso genera il materiale fissile di cui ha bisogno. Addirittura, i reattori autofertilizzanti ad uranio-plutonio (come vengono detti) possono produrre più combustibile di quanto ne consumino!

I principali ostacoli alla costruzione di reattori autofertilizzanti risiedono nel fatto che l’utilizzo di neutroni veloci implica un uso particolare di materiali e di sistemi di raffreddamento, che rendono la centrale economicamente meno conveniente di quelle tradizionali a fissione, ed il costo praticamente nullo del combustibile viene superato dagli aumentati costi di esercizio. In futuro, però, le cose potrebbero cambiare.

Quelli descritti sono i cosiddetti fast breeder, cioè reattori autofertilizzanti a neutroni veloci. Esiste, come già accennato, un ciclo autofertilizzante che però coinvolge il torio-232, fertile, che viene tramutato in appositi reattori (come il CANDU) in uranio-233, che è un isotopo fissile. I vantaggi di questa reazione sono notevoli, a partire dal fatto che si usano neutroni termici e non veloci, e che le scorie radioattive così prodotte diventano meno radioattive dell’uranio naturale già dopo circa un secolo dalla loro produzione.

Possiamo coprire tutto il nostro fabbisogno di energia elettrica con le centrali nucleari?
No. La questione è semplice: una centrale nucleare non è un dispositivo capace di accendersi e spegnersi all’istante, né è capace di variare in tempi brevi la potenza prodotta. Ci sono tempistiche dell’ordine di uno o due giorni. Dunque, si può dire che una centrale nucleare debba sempre andare al massimo del suo regime, tranne nei giorni di manutenzione e rifornimento. Il fatto è, però, che il consumo di energia elettrica (in Italia, ma similmente anche in qualsiasi altro Paese del mondo) non è costante ma varia durante il giorno, dai circa 50 GW del dì sino ai 28 GW nelle ore notturne. Se si producessero più di 28 GW di energia elettrica dal nucleare, ci sarebbe della potenza in più che non utilizzeremmo, e che potremmo vendere all’estero solo se in quantità non eccessive.

Dunque, verosimilmente, si può produrre sino al 50-55% del proprio fabbisogno elettrico senza causare problemi di sovrabbondanza e lasciando spazio di “manovra” per ulteriori pianificazioni energetiche, ma oltre non è forse conveniente spingersi. Il caso della Francia, che produce elettricità dal nucleare per il 78% del proprio fabbisogno, è piuttosto al limite: è noto che i Transalpini sono grandi esportatori di elettricità, verso l’Italia in particolar modo, ma è ben difficile che potranno estendere tale percentuale.

In Italia non siamo capaci di gestire neppure i rifiuti solidi urbani, figuriaci quelli radioattivi! Non possiamo permetterci il nucleare.
Sono affermazioni che fanno del disfattismo la propria base, ma che non hanno argomentazioni serie a proprio supporto. L’Italia è in grado di produrre personale tecnico per centrali nucleari di prim’ordine, e l’ENEL sta acquisendo esperienza nella costruzione di reattori nucleari. Del resto, il nostro Paese è già stato una potenza dell’industria nucleare civile, e nulla vieta che possa ridiventrarlo.

Con questo concludo la serie di articoli riguardanti il nucleare. Una serie corposa, e che tuttavia omette ancora una notevole quantità di dettagli ampiamente divulgabili senza scendere troppo nel tecnico. Ma è ormai tempo di passare ad altre fonti.

Precedenti articoli sulla questione energetica:

Published in: on martedì, 19 agosto 2008 at 0.02  Comments (12)  
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Baraonda energetica, VI: il nucleare, terza parte

Continuo la disquisizione sul nucleare, parlando di economia, sicurezza e fattibilità del nucleare. Purtroppo, data la complessità dell’argomento trattato, mi rendo conto che è necessaria almeno una quarta parte affinché si trattino tutti i punti con un dettaglio sufficiente per un livello divulgativo. Questo fa sì che gli altri due articoli che ho scritto, uno sull’energia solare ed uno sull’eolica, sembrano appena abbozzati; ed in fondo così è. Ma dato che l’Italia parebbe apprestarsi a ritornare sulla via del nucleare civile, preferisco chiarire il più possibile i punti a riguardo, per riservare in futuro ulteriori delucidazioni sulle altre fonti energetiche.

Quanto è sicura una centrale nucleare?
È una domanda cui non si può rispondere in maniera univoca, ma a grandi linee si può dire: molto. Si tratta di impianti complessi e che trattano reazioni potenzialmente molto pericolose, e dunque sono progettati per prevenire, controllare e resistere ai danni molto più delle comuni centrali termoelettriche. Anche il personale è grandemente specializzato.

Nella storia del nucleare civile, si sono avuti decine di incidenti alle centrali nucleari, di vario tipo, ma quelli che hanno comportato la morte del personale della centrale o rischi più che minimi alla popolazione locale si contano sulle dita della mano. Gli incidenti alle centrali nucleari sono classificati secondo la scala INES (International Nuclear Event Scale), una scala qualitativa dal valore di 0 a 7 con andamento basilarmente logaritmico (nel senso che un incidente di livello 7 è circa 107 volte più pericoloso – a livello di contaminazione – di un evento di livello 0). Gli eventi sino al livello 3 sono classificati come guasti, cioè come malfunzionamenti di varia gravità ma senza danni sensibili all’ambiente ed alla popolazione esterna, con esposizione alle radiazioni ben al di sotto dei limiti di legge. Dal livello 4 in poi sono incidenti che possono prevedere eventuali opere di bonifica all’esterno.

Nella storia del nucleare civile, se si escludono gli impianti di prima generazione degli anni ’50, c’è stato un solo incidente di livello 5, nel 1979 all’impianto americano di Three Mile Island (di cui non è ancora dimostrata un’incidenza sulla salute della popolazione locale); nessun incidente di livello 6; ed un incidente di livello 7, nel 1986 a Chernobyl, nell’odierna Ucraina. Riguardo a quest’ultimo evento, al di là delle diatribe sul numero di vittime che ha causato, è tale la particolarità delle condizioni, a partire dalla mancanza di sicurezza dell’impianto, per finire con l’incompetenza dei tecnici passando dall’irresponsabilità degli stessi (sembrava quasi che stessero cercando l’incidente) da far passare l’intero caso come un evento sostanzialmente irripetibile in una centrale, non tanto moderna ma appena decente, della seconda generazione, tipo i comuni reattori PWR, BWR e CANDU.

Il recente (luglio 2007) terremoto di 6.8 gradi della scala Richter vicino alla centrale giapponese di Kashiwazaki-Kariwa hanno fatto rilasciare una quantità di fluidi nell’ambiente non più radioattivi di un rilevatore di fumo da casa. Gli ultimi guasti alla centrale francese di Tricastin sono stati classificati tutti come livello 0 o 1. La grande eco che ne è scaturita si può dire che sia dovuta sostanzialmente a paure recondite, grandemente incrementate proprio dall’incidente di Chernobyl, e da allora rimaste. Ma proprio in base a questi timori, le comunicazioni sui guasti alle centrali nucleari sono sempre molto dettagliate e trasparenti, anche se, per le loro effettive conseguenze, forse non si meriterebbero nemmeno un trafiletto nel giornale locale. Ma, ovviamente, è meglio sapere le cose piuttosto che ignorarle.

A partire dalla seconda generazione, la sicurezza delle centrali è garantita da vari tipi di espedienti. Si tratta di sistemi attivi e ridondanti (cioè, ripetuti) di sicurezza, al fine di fermare il reattore in tempo relativamente breve, in caso di falle al sistema di raffreddamento. Tutto il nocciolo del reattore è contenuto in un “vascello” di contenimento, in cemento armato, capace di isolare eventuali fughe radioattive. Infine, sono presenti vari sistemi di emergenza per il raffreddamento ed il contenimento di materiale radioattivo. Anche i reattori sovietici di tipo RMBK prevedono tali dispositivi, ma bisogna ricordare che i reattori 3 e 4 di Chernobyl non avevano il vascello di contenimento, che avrebbe ridotto enormemente la portata del disastro.

Le centrali nucleari di terza generazione, come detto nel precedente articolo, sono generalmente evoluzioni più sicure delle più comuni centrali nucleari di seconda generazioni. I miglioramenti principali riguardano l’adozione di sistemi di sicurezza passivi, cioè che non richiedono né l’uso di sensori né tantomeno l’intervento dell’uomo, ed è certo come l’espansione termica dei metalli. I progetti prevedono un “tempo di sicurezza” di 100 milioni di anni, cioè una centrale di terza generazione in funzione dall’era mesozoica avrebbe il 50% di probabilità di avere un incidente grave. Inoltre, queste centrali sono progettate per resistere anche all’impatto di un grosso aereo, scongiurando anche pericoli terroristici.

A questo punto è chiaro che la costruzione di una moderna centrale di terza generazione rappresenta un rischio molto basso per la popolazione locale, ed un impatto trascurabile anche nel caso dei guasti più gravi. Tuttavia, il timore del nucleare del dopo-Chernobyl rende queste considerazioni del tutto soggettive.

Quanto uranio c’è nel mondo?
Molto. Ma non tutto è conveniente da estrarre: in effetti, la maggior parte dell’uranio della Terra si trova in mare. Quello nelle miniere e conveniente da estrarre, invece, è relativamente poco: circa 5 milioni di tonnellate, bastanti per circa mezzo secolo o qualcosa più al ritmo di consumo attuale delle centrali nucleari. Tuttavia, per l’uranio non c’è mai stata una ricerca esaustiva delle miniere, così come invece c’è stato per i giacimenti di petrolio, e pertanto tale limite si può entendere, ma ovviamente non è lecito farvi affidamento.

Di certo, però, le centrali nucleari possono sfruttare anche il torio-232, con impianti noti e ben collaudati come il CANDU, ed il torio è quattro volte più diffuso dell’uranio in natura. Inoltre, il ciclo nucleare a torio ha il vantaggio di produrre una minore quantità di scorie ad alta attività, tra cui oltretutto il plutonio che si può usare nelle bombe atomiche.

Inoltre ci sono i già menzionati reattori autofertilizzanti, i cui costi operativi sono decisamente più alti di quelli degli impianti classici, ma che sono in grado di consumare pressoché tutto l’uranio che viene introdotto come combustibile, perché con i loro “neutroni veloci” sono capaci di trasformare l’238U in 239Pu (plutonio-239), che è materiale fissile. In questo modo, si risolverebbe quasi del tutto il problema dell’approvigionamento di combustibile nucleare. (Si noti che anche il ciclo del 232Th nei reattori CANDU è autofertilizzante, anche se non usa neutroni veloci.)

Infine, come si è detto, qualcosa si può ottenere se si arriva alla realizzazione del Rubbiatron, cui ho accennato nello scorso articolo, e che potrebbe inoltre aiutarci a risolvere il problema delle scorie nucleari finora prodotte a livello mondiale.

Ho letto che l’uranio ha raggiunto dei prezzi esagerati in pochissimo tempo! Questo non mina l’economia del nucleare civile?
No. O almeno, non ancora.

Negli anni ’70, in reazione alle susseguenti crisi energetiche il mondo spinse molto nella direzione del nucleare, con il risultato che il prezzo dell’ossido di uranio (U3O8) aumentò parecchio. Eppure non ci fu alcun tracollo dell’industria nucleare. Per lungo tempo, tra gli anni ’80 e gli anni ’90, il prezzo dell’uranio fu molto basso, intorno ai 10 dollari a libbra, in seguito anche ai trattati di smantellamento delle testate nucleari che resero disponibili grandi quantità di uranio da usare nei reattori, facendo calare notevolmente la richiesta mondiale.

Ma tra il gennaio del 2005 ed il luglio del 2007 il prezzo dell’ossido di uranio è passato dai 20 ai ben 140 dollari a libbra. Tuttavia non ci fu un così improvviso aumento della richiesta dell’uranio, né le scorte di uranio si ridussero così drasticamente in poco tempo. Non si trattava, quindi, del naturale meccanismo della domanda e dell’offerta ma più probabilmente si è trattato del frutto di speculazioni economiche, forse in seguito ad un rinnovato (ma ancora non concreto) interesse nell’industria nucleare a livello mondiale, in seguito anche al rialzo dei prezzi del barile di petrolio.

In ogni caso, il prezzo dell’uranio è risultato sopravvalutato ed il trend è stato poi spezzato. Ad oggi (agosto 2008), il prezzo dell’ossido di uranio è tornato intorno ai 60 dollari alla libbra.


Ma in Italia si possono costruire centrali nucleari? I risultati del referendum del 1987 non lo impedirebbero?
Qui bisogna fare subito chiarezza: i referendum del 1987 non hanno affatto imposto la chiusura delle nostre centrali nucleari. Lo sviluppo dell’industria nucleare civile fu frutto di un accordo economico internazionale cui l’Italia prese parte, e su tali questioni, in base proprio alla nostra Costituzione, il popolo italiano non può mettere naso. I tre quesiti riguardanti il nucleare stabilirono solo aspetti marginali della nostra politica energetica, e per la precisione che:

  1. lo Stato Italiano non può intervenire se un comune nega l’autorizzazione alla costruzione di una centrale nucleare nel suo territorio;
  2. lo Stato Italiano non può elargire contributi compensativi ai comuni che ospitano centrali nucleari;
  3. l’ENEL non può partecipare alla costruzione di centrali nucleari all’estero.

Furono i successivi governi ad interpretare il risultato del referendum come un’intenzione, da parte degli Italiani, di non fare più uso delle centrali nucleari. L’interpretazione fu probabilmente giusta, ma di sicuro gli Italiani pagano ancora oggi le conseguenze della dismissione anticipata delli suoi impianti nucleari.

In ogni caso, i giuristi reputano che un’opinione pubblica, se non più così sentita, si può certamente sovvertire con un’azione di governo dopo 20 anni dal referendum, per cui l’esecutivo non ha ostacoli nella sua azione. Il terzo punto, comunque, era stato già abrogato nel 2004, e da allora l’ENEL ha già partecipato alla costruzione di diverse centrali nucleari nell’Est europeo (in Slovenia in particolare).

Da più di 20 anni il numero delle centrali nucleari al mondo è pressoché costante: siamo sicuri che il nucleare convenga?
Questa è una considerazione che lascia il tempo che trova, se non correttamente interpretata. Infatti, non si capirebbe perché, nonostante la richiesta di energia elettrica sia sempre aumentata in questi 20 anni, la parte prodotta dal nucleare è sempre e comunque intorno al 16-17%.

Negli Stati Uniti le centrali nucleari sono 104 dal 1978, eppure la loro produzione è passata dai 291 TWh del 1978 agli 807 TWh del 2007. Nel mondo, è aumentata in ogni caso la potenza installata, e proporzionalmente ancor di più l’energia prodotta annualmente dalle centrali nucleari:

Produzione ed installazione del nucleare civile mondiale (da Wikipedia)

Produzione ed installazione del nucleare civile mondiale (da Wikipedia)

I motivi non sono difficili da capire. L’efficienza dei reattori nucleari è aumentata drasticamente tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, passando da circa il 50% ad oltre l’80%. In secondo luogo, non costruire più centrali nucleari non significa che non vengano costruiti più reattori: infatti, ogni centrale può constare da diversi reattori, anche 7-8. Questa politica è stata certamente determinata dall’incidente di Chernobyl e dal diffondersi del timore verso il nucleare civile, pertanto l’installazione di nuovi reattori è certamente una mossa, dal punto di vista dell’opinione pubblica, meno rischiosa.

Si può anche obiettare che, in ogni caso, nessun Paese che non sfruttasse il nucleare civile ha poi cominciato a farlo. C’è tuttavia da ricordare che stiamo parlando di periodi in cui i prezzi dei combustibili come petrolio, gas e carbone erano molto abbordabili, e non si parlava ancora di riduzione delle emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera. I costi e le tecnologie delle altre centrali erano ugualmente più convenienti. Non c’è quindi da stupirsi se il nucleare civile non si sia diffuso ulteriormente.

Ora, invece, le cose stanno cambiando nettamente e molti Paesi in forte crescita economica, tra cui soprattutto Cina ed India, non trascurano questa fonte di energia. In ogni caso, a seguito dell’incidente di Chernobyl solo un Paese ha dismesso in blocco le proprie centrali nucleari: l’Italia.

Precedenti articoli sulla questione energetica:

Published in: on mercoledì, 13 agosto 2008 at 6.15  Comments (4)  
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Baraonda energetica, III: l’eolico

Si può dire che anche l’eolico sia una forma di energia solare, in quanto è il Sole la principale causa del clima sulla terra, e quindi della creazione di zone di alta e bassa pressione che determinano i venti. Il modo di sfruttare quest’energia addizionale dal sole, però, è del tutto diversa.

La nostra bandiera al vento

In tutto il mondo, la potenza media globale dei venti è di circa 870 TW, oltre 50 volte superiore al consumo energetico dell’umanità in un secondo. Non sono gli 86 mila terawatt dell’energia solare, ma è comunque molto più di quanto necessitiamo. E c’è il vantaggio che sfruttare questa risorsa è molto più semplice rispetto al solare: bastano qualche pala, una dinamo, l’allacciamento alla rete elettrica e siamo già pronti a produrre energia. Ed a costi nettamente più contenuti.

Nel 2007, secondo i calcoli del Global Wind Energy Council (GWEC), un impianto di generazione eolica di larga scala ha un costo di costruzione di circa 1300 euro per chilowattora di potenza installata, cioè di potenza che il generatore eolico è capace di fornire come massimo. Tale rapporto sale leggermente con la potenza: i più moderni generatori eolici possono arrivare a potenze nominali di ben 2 megawatt, dal costo di 3.5 milioni di euro (esempi qui e qui per il generatore Enercon E-82). Può sembrare una cifra molto elevata, e tuttavia vorrei ricordare che per raggiungere 2 MW di potenza installata con il solare termodinamico servono ben 12.4 milioni di euro (parlando della moderna centrale Andasol-1), per meglio tacere del fotovoltaico. Una centrale a carbone ha costi al megawatt del tutto simili. Ma non è finita, perché l’energia eolica è una tecnologia in fase ancora di maturazione, ed è possibile che nel futuro i costi di costruzione e manutenzione degli impianti saranno ancora più competitivi.

Turbina Enercon E-70 da 2.3 MW a Reading, GB (da Wikipedia)

Turbina Enercon E-70 da 2.3 MW a Reading, GB (da Wikipedia)

Non è un caso che nel 2007, sempre secondo il GWEC, la potenza eolica globale installata sia aumentata di ben il 27% rispetto al 2006, con 20 GW circa di potenza installata in più. L’Italia non è stata da meno, con un incremento del 28.4%. Sembra, quindi, che davvero l’energia eolica possa rappresentare l’energia del futuro: economica, non inquinante, in pieno sviluppo. Ma davvero le cose stanno così?

Purtroppo no: ci sono parecchi risvolti da considerare anche quando si parla di energia eolica, e si tratta di considerazioni che macchiano indelebilmente il “sogno” dell’energia pulita per tutti. In primo luogo, fino ad ora ho parlato solo di potenza installata, che purtroppo è cosa ben diversa dalla potenza reale che può fornire l’impianto. Mentre una centrale a carbone da 1 GW di potenza produrrà quasi sempre 1 GW di elettricità (tranne nei periodi di manutenzione), un parco eolico da 1 GW non raggiungerà quasi mai questa potenza. Per fare due conti, nel 2007 la Germania, il leader mondiale della produzione di elettricità dal vento, aveva una potenza installata di ben 22247 MW con i suoi generatori eolici: una cifra pari al 33% del fabbisogno medio annuale elettrico della nazione. Eppure, con tutta quella potenza installata in Germania si sono prodotti “solo” 39.5 TWh (terawattora) di energia elettrica, a fronte di un consumo nazionale di circa 585 TWh: insomma, dal vento la Germania ha coperto “appena” il 6.75% del suo fabbisogno elettrico. In sostanza, è come se le turbine eoliche tedesche fossero sempre andate al 20% della loro potenza massima. La Spagna (altro Paese di grande sviluppo del mercato eolico) nel 2006 è andata meglio, con il 29.3%; gli Stati Uniti, circa il 25.5%; la Danimarca il 27%.

In definitiva, l’economicità di una centrale eolica è seriamente messa in dubbio da questi fattori. Eppure, se si esclude l’idroelettrico ed il geotermico, l’eolico rimane sicuramente la fonte rinnovabile più conveniente, anche in virtù del fatto che, rispetto alla centrale a carbone presa come esempio, non consuma alcun tipo di carburante. Per confronto, in media nel 2006 gli Stati Uniti hanno speso 35 miliardi di dollari (circa 30 miliardi di euro di allora) per le loro centrali a carbone, della potenza installata di 313 GW: si può quindi assumere che una centrale a carbone da 1 GW di potenza installata, pur costando “appena” un miliardo di euro circa per la costruzione, consuma intorno ai 100 milioni di euro di carbone all’anno. Senza contare i costi di manutenzione dei due impianti, è comunque chiaro che con l’andare del tempo la competitività degli impianti eolici aumenta.

Ci sono però altri problemi legati allo sfruttamento dell’energia eolica. Innanzitutto, non si può sfruttare sempre e dovunque: ci sono zone meno adatte allo sfruttamento dell’eolico. In Italia queste sono situate soprattutto al sud, in particolare in Sardegna ed in Sicilia, poi la Puglia. L’atlante eolico del CESI può dare un’idea adeguata della distrubuzione dei venti nella penisola e, soprattutto, della produzione elettrica potenziale (espressa in MWh/MW annui, cioè dei MWh prodotti in un anno per ogni MW di potenza installata). Inoltre, i “parchi eolici” non sono di dimensioni trascurabili: per ottimizzare lo sfruttamento del vento, si richiedono circa 10 ettari di terreno per ogni megawatt di potenza installata. Una centrale da 1 GW occuperebbe, quindi, circa 100 chilometri quadrati! Numeri affatto trascurabili, che di fatto riducono la potenza installabile in Italia a circa 45 GW, che ci porterebbe ad una potenza reale di circa 10 GW, intorno cioè al 25% del nostro attuale fabbisogno energetico (costandoci circa 60 miliardi di euro). Purtroppo, non credo che neanche in futuro riusciremo mai ad andare oltre questa percentuale.

C’è poi un ultimo, e sempre meno trascurabile, problema legato agli impianti eolici: l’impatto locale. A parte la morìa di uccelli che si schiantano contro le pale (in realtà, abbastanza limitata), ed il rumore denunciato dalla gente che abita intorno alle turbine, i generatori eolici migliori (dalle centinaia di chilowatt in su) sono grandi, enormi. Il generatore Enercon E-70 nella foto sopra può essere alto fino a 113 metri, ed ha pale per un diametro di 71 metri. Inutile dire che in tanti giudicherebbero tale costruzione, paradossalmente, un “ecomostro”. Ed infatti sono in tanti i comuni in Italia che rinunciano ai parchi eolici, proprio per ragioni estetiche.

Una soluzione parziale ci sarebbe: l’eolico off-shore, cioè a largo della costa. Non è un mistero che il vento, nel mare, sia decisamente più elevata. In virtù di ciò, la Danimarca ha sfruttato i bassi fondali dei suoi mari per installare una potenza di oltre 3.1 GW da generatori eolici, abbastanza da soddisfare il 16.8% del fabbisogno di energia elettrica danese nel 2006. Il rovescio della medaglia è che l’eolico off-shore costa ovviamente di più come costruzione e manutenzione degli impianti, tant’è vero che in Danimarca l’energia elettrica per i privati costa più che da noi (23 centesimi di euro al KWh contro i nostri 19), ma è un modo per alleviare il problema dell’impatto visivo.

In Italia, purtroppo, i mari sono generalmente profondi, e quando non lo sono (come l’Adriatico) vi soffia poco vento, però qualcosa si può fare. Ma quando leggo che il primo impianto del genere in Italia, a tre miglia nautiche dalla costa di Gela, ha trovato comunque l’opposizione del sindaco (pure di sinistra) del paese, nonostante Gela abbia ormai poco da perdere dal punto di vista paesaggistico, penso che in fondo l’eolico in Italia avrà sempre poco successo, e forse manco ce lo meritiamo. Anzi, mi sorprendo che in fondo l’Italia sia il settimo produttore mondiale di energia elettrica dall’eolico, davanti a Paesi come Francia, Regno Unito, Canada ed Australia.

Aggiornamento 5/8/2008: anche il nuovo sindaco di Salemi (TP), Vittorio Sgarbi, si è dichiarato contrario all’installazione di generatori eolici nel comune che amministra. Afferma che deturpano il paesaggio, ed in alcuni casi può aver ragione; afferma che fanno un “rumore infernale” e, per quanto la questione del rumore sia ancora da approfondire in maniera esaustiva, ha torto (in realtà, non si tratta di niente di insopportabile); e certamente ha torto quando si mette a parlare di “energia che viene indebitamente sottratta” a Salemi… Forse un po’ meglio rispetto al sindaco di Gela, ma insomma, pare proprio che con queste fonti rinnovabili, in Italia, ci accenderemo giusto un paio di lampadine a fluorescenza.

Published in: on lunedì, 28 luglio 2008 at 22.14  Comments (3)  
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Baraonda energetica, II: il solare

Il Sole! La nostra stella! La nostra grande stella, che poi, a ben guardare, tanto grande non è… ma forse è meglio, perché dopo 5 miliardi di anni di vita ne ha circa altrettanti davanti, mentre altre stelle nascono e muoiono nel giro di qualche milione di anni, di fatto impedendo la nascita della vita. E comuque non è neppure così piccola, dato che nella cinquantina di sistemi stellari entro i 17 anni luce di distanza da noi, il Sole è la quinta stella più luminosa dopo Sirio, Altair, Procione ed Alpha Centauri.

Il Sole splende nel nostro cielo in maniera prepotente ed incurante di ciò che succede nel nostro pianeta, emettendo in un solo secondo la quantità di energia che tutte le centrali elettriche della Terra produrrebbero in oltre due milioni di anni. Ovviamente, però, solo una minima parte di questa potenza arriva sulla Terra: si tratta di ben 174 400 TW (terawatt, cioè mille miliardi di watt), quando tutto il mondo ha bisogno di una potenza media di appena 16 TW circa. Cioè, neanche di una parte su diecimila… In realtà, di tutta quella potenza solo la metà circa arriva effettivamente al suolo, mentre il resto viene riflesso nello spazio o assorbito dall’atmosfera, ma è sempre un quantitativo enorme.

Ma, come è naturale, è difficile avere una dovuta comprensione di questi dati. Meglio rispondere subito: quanta di questa energia possiamo sfruttare? È presto detto: il progetto PVGIS della Comunità Europea ci viene incontro e ci dice che a Roma, come media in un intero anno, su ogni metro quadro di suolo arrivano 4.041 kWh di energia dal Sole ogni giorno. Cioè, neanche 170 W di potenza, su un metro quadrato di superficie. Rispetto ai numeri stratosferici snocciolati poco fa, questi sembrano davvero poca roba. Intendiamoci, non sono poi malaccio: è come se ci fosse una lampada alogena sempre accesa in ogni metro quadrato dei dintorni di Roma! È un sacco di energia che ci viene fornita gratis, e dobbiamo solo trovare un modo di recuperarla. Il grande quesito ora è: come?

Pannelli fotovoltaici (da Wikipedia)

Pannelli fotovoltaici (da Wikipedia)

Un modo per produrre direttamente elettricità è quello di utilizzare i pannelli fotovoltaici. Si tratta di un sistema che trovo molto elegante per produrre elettricità, perché estremamente diretto e modulare (cioè, è possibile costruire impianti di qualsivoglia dimensione). Molte persone indicano questo metodo come il futuro della produzione di energia elettrica, tralasciando alcuni particolari: in primis, il fotovoltaico è estremamente costoso, nell’ordine del migliaio di euro per ogni metro quadrato di pannelli installati; in secondo luogo, l’efficienza dei pannelli commercialmente venduti è relativamente bassa, tra l’8% ed il 16%, e ciò vuol dire che solo una piccola parte di quei 170 W per metro quadrato vengono effettivamente convertiti in potenza elettrica (i pannelli delle applicazioni aerospaziali raggiungono efficienze dell’ordine del 40%, ma grazie a materiali estremamente costosi ed inquinanti). Per fare i conti, una centrale fotovoltaica che produca una media di 1 GW (gigawatt, un miliardo di watt) nell’arco di un anno, supponendo un’efficienza dei pannelli del 15%, nei dintorni di Roma dovrebbe occupare ben 40 ettari, e costare la cifra esorbitante di 40 miliardi di euro… Cioè, più della manovra economica di Padoa Schioppa nel 2007!

Senza ancora aver menzionato il fatto che è necessario un inverter per convertire la corrente continua proveniente dai pannelli nella comune corrente alternata della rete elettrica, con un’ulteriore perdita del 10% circa, e che i pannelli fotovoltaici perdono circa l’1% di resa ogni anno, credo che sia chiaro che il fotovoltaico non può essere, attualmente, un metodo economicamente valido per la produzione di massa di energia elettrica, e non lo sarà nemmeno nei prossimi decenni. Non finché i costi saranno così elevati e le efficienze così basse. I pannelli fotovoltaici hanno il loro perché nelle piccole apparecchiature volte a soddisfare le esigenze elettriche di piccoli utilizzatori distaccati dalla rete elettrica, non di più.

2)Serbatoio di accumulo; 4)Pannello di assorbimento (da Wikipedia)

2)Serbatoio di accumulo; 4)Pannello di assorbimento (da Wikipedia)

Molti dei pannelli solari che vediamo già oggi installati sui tetti delle case, invece, sono dei collettori solari termici, il cui scopo è quello di riscaldare l’acqua contenente in un serbatoio per fornire acqua calda all’abitazione. Non si tratta, quindi, di elettricità, ma comunque di qualcosa che si utilizza comunemente ed in abbondanza. Il costo è comunque alto, intorno ai 600-800 euro al metro quadrato (in dipendenza anche dalle dimensioni del serbatoio), e con il problema della maggior efficacia proprio quando meno serve, cioè d’estate. Tuttavia, a seconda dei casi si può arrivare ad ammortizzare l’investimento (cioè, a risparmiare tanti soldi quanti sono stati necessari per comprare l’impianto) in 3-8 anni, quando l’impianto ha una vita di circa 20 anni, e può essere un modo importante per risparmiare, soprattutto il gas per il riscaldamento: si tenga conto che l’efficienza di questi impianti si aggira intorno al 70%, cioè del calore che ci arriva dal Sole sette parti su dieci vengono effettivamente trasferite al serbatoio d’acqua. Contando che riscaldamento ed acqua calda corrispondono a circa il 70-80% del fabbisogno energetico di un’abitazione italiana (il resto è elettricità), il risparmio può farsi interessante. Ma è chiaro che non è un metodo per produrre energia elettrica e non può essere sfuttato in grandi centrali, se non per qualche progetto di teleriscaldamento.

Solare termodinamico (a concentrazione)

Solare termodinamico (a concentrazione)

Un altro metodo per la produzione di energia elettrica dal sole è quello del solare termodinamico. Questo sistema riprende l’antichissimo concetto degli specchi parabolici per concentrare i raggi solari su un tubo contenente una miscela di oli o sali, in grado di raggiungere la temperatura di circa 400-550 °C. Tale miscela viene poi coinvogliata nelle turbine per la produzione di corrente, e quindi reimmessa nell’impianto. In totale, l’efficienza della centrale si attesta intorno al 15%, simile a quella dei sistemi fotovoltaici, ma a costi più contenuti (meno della metà). Si tratta, però, sempre di costi molto elevati.

Un vantaggio di queste centrali, rispetto al fotovoltaico, è che la produzione è molto più stabile perché i sali vengono tenuti in tubi coibentati e può lavorare anche durante la notte; tra gli svantaggi, oltre ai costi già citati, c’è la grande occupazione del territorio e la parziale perdita della modularità dell’impianto. Al mondo, esistono pochi esempi di queste centrali, tutte di recente costruzione. L’americana Nevada Solar One produce una media di 15.3 MW di potenza elettrica, su una superficie di 160 ettari. Per coprire il fabbisogno di elettricità italiana ci vorrebbero più di 2500 centrali di questo tipo, con una superficie complessiva di 4000 chilometri quadrati (quasi quanto il Molise) ed un costo ancora astronomico (basti pensare che gli Statunitensi hanno speso 266 milioni di dollari per il Nevada Solar One).

La più recente centrale spagnola di Andasol-1, indicata spesso come esempio per un futuro sfruttamento dell’energia solare, ha una potenza media di circa 18 MW, occupa circa 2 chilometri quadrati di superficie ed è costata 310 milioni di euro. Non sono affatto valori più concorrenziali della sopra citata centrale americana. Il nostro premio Nobel Carlo Rubbia negli ultimi anni ha spinto molto nella direzione del solare termodinamico, collaborando durante la sua presidenza dell’ENEA con il Progetto Archimede dell’ENEL, che mira a costruire un impianto termodinamico da 40 MW installati a Priolo Gargallo (Siracusa). Rubbia ha anche immaginato scenari per cui ricoprendo la Sicilia con tali impianti si può soddisfare il fabbisogno elettrico italiano, ma dal momento che i costi sono del tutto improponibili la sua affermazione non si riduce ad altro che una sparata pubblicitaria cui far abboccare i meno informati tra politici ed attivisti.

Allora, dopo tutto questo discorso sull’energia solare, cosa possiamo concludere? È presto detto:

  1. La produzione di massa di elettricità tramite pannelli fotovoltaici occuperebbe grandissime superfici, dell’ordine di chilometri quadrati, e con costi proibitivi, circa 40 volte quelli di una centrale a carbone.
  2. Il solare termico è comodo e può risultare conveniente anche a medio termine, ma può produrre solo acqua calda ed in grandi impianti può funzionare solo come teleriscaldamento.
  3. Il solare termodinamico, invece, ha ancora problemi di estensione occupata, sempre nell’ordine dei chilometri quadrati, ed ancora costi di costruzione elevatissimi, circa 17 volte quelli di una centrale a carbone.

Delusi? Sì, francamente lo sono anche io. Personalmente credo che ci sia ancora tanto, tantissimo lavoro da fare, tanta ricerca da effettuare. Il problema, però, è il tempo: già da oggi abbiamo il barile di petrolio a sfiorare i 150 $ ed il gas naturale sempre più caro. È evidente che al momento non possiamo permetterci di sfruttare il solare per generare elettricità in percentuali che siano minimamente significative, ma ci si chiede allora quando questo sarà possibile. E nel frattempo che facciamo? Beh, ci sono ancora tanti modi per produrre energia…

Published in: on giovedì, 24 luglio 2008 at 17.38  Comments (12)  
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Baraonda energetica, I

Era da tempo che volevo parlare di fonti di energia e di approvigionamento energetico, in ottica principalmente futura. L’argomento è quanto mai non solo “di moda”, perché la questione è di un’importanza che va oltre la moda, ma proprio di interesse nazionale. Il prezzo del petrolio ha raggiunto livelli che solo due anni fa avremmo definito da capogiro, i carburanti sono sempre più salati, e di conseguenza i trasporti incidono sempre di più sui prezzi finali, col risultato di avere un’inflazione al 3.8% senza avere una crescita economia che lo giustifichi (e dunque anzi ne risente terribilmente). Senza contare, poi, i costi dell’elettricità e del gas per il riscaldamento e per la cucina.

Questo sarà il primo di una serie di articoli che voglio scrivere sull’argomento, perché sento che in giro c’è parecchia disinformazione, che riguarda soprattutto la comprensione delle cifre in gioco, che invece giocano un ruolo fondamentale nella progettazione di un piano nazionale energetico decente nei prossimi decenni. Il premier Silvio Berlusconi negli ultimi mesi ha rilanciato l’opzione nucleare per la produzione di energia in Italia; ma sempre più spesso si parla di “energie rinnovabili” (vedremo poi cosa vuol dire), come il solare e l’eolico, e dell’utilizzo di idrogeno al posto di benzina e gasolio; ed ancora di biocarburanti, termovalorizzatori, risparmio energetico e tutta una serie di concetti conciati alla bell’e meglio dai media italiani, per cui uscirne con le idee confuse può essere comprensibile.

Cominciamo innanzitutto col distinguere il concetto di energia, che viene intuitivamente compreso praticamente da tutti come “quantità di sforzo” usato da una persona od un apparecchio, da quello di potenza, che talvolta viene spesso confusa con l’energia e che invece è la quantità di energia che viene fornita o consumata nell’unità di tempo. Affermare quindi che un apparecchio è più potente di un altro, o che assorbe più potenza, significa rispettivamente che può fornire uno sforzo energetico maggiore, o può consumare una quantità di energia maggiore, in un secondo (o in un’ora, un mese, un anno…) rispetto all’altro.

Secondo il Sistema internazionale, l’unità di misura della potenza è il watt, con simbolo W, così chiamata in onore del fisico scozzese James Watt. È comune trovare quest’unità di misura in relazione alle lampadine ed alla loro capacità di illuminare; ma anche relativamente agli elettrodomestici in generale, come un forno a microonde, un asciugacapelli, un aspirapolvere, e pure un frigorifero, un televisore, una radiosveglia. Gli allacci elettrici più comuni forniscono ad ogni abitazione una potenza massima di 3 kW (cioè tremilla watt). Questo significa che la somma della potenza consumata dagli apparecchi e dalle lampadine di una casa non può superare i 3 kW, pena il distacco automatico della fornitura elettrica (e la noiosa pratica di dover riattivare il contatore… al buio, pure).

Invece, in ambito automobilistico (ed in generale motoristico), si rimane fedeli all’utilizzo del cavallo vapore (con simbolo HP, o spesso in Italia CV), corrispondente a circa 745.7 W, per indicare la potenza meccanica fornita da un motore. Questo significa che anche un’utilitaria, come può essere ad esempio la recente Fiat 500 1.2 che ha un motore da 69 HP e quindi 51 kW, è in grado di fornire una potenza ben 17 volte superiore a quella che il gestore elettrico fornisce comunemente alle abitazioni. C’è da ricordare, ovviamente, che in un caso si tratta di potenza elettrica e nell’altro meccanica, e trasformare quest’ultima nella prima è un’operazione con un’efficienza al più del 65% in impianti industriali (cioè, il 65% diventa elettricità ed il restante 35% se ne va in calore); mentre l’operazione inversa ha un’efficienza di oltre il 95%, e dunque anche da questo si capisce come l’elettricità sia una forma di energia grandemente più pregiata rispetto a quella meccanica e, soprattutto, quella termica, oltre che per gli ovvi motivi di praticità e trasportabilità.

L’unità di misura dell’energia è il joule, pronunciato comunemente “giàul” (anche se sarebbe più corretto dire “giùl”, /ˈdʒuːl/, dal fisico inglese James Prescott Joule) ed indicato con il simbolo J. Tuttavia, negli impieghi più comuni non viene usato quasi mai il joule, quanto piuttosto, in ambito soprattutto alimentare, la chilocaloria (o “grande caloria”, o più comunemente ed erroneamente solo “caloria”), con simbolo kcal, corrispondente a 4186.8 joule; ed in ambito più propriamente elettrico il kilowattora, con simbolo kWh, corrispondente a 3.6 milioni di joule. Per i condizionatori d’aria si usa anche il Btu/h, dove un Btu è una british thermal unit, unità britannica di calore, definita in maniera simile alla caloria ma con le unità di misura tipiche anglosassoni. Un Btu equivale a circa 1055 joule. Questo dato però non si riferisce al consumo dell’apparecchio (che può essere anche inferiore, nei modelli più efficienti), ma alla sua capacità di raffreddare o riscaldare l’aria, cioè di immettere o portare via energia termica dall’aria.

Il kilowattora è l’energia consumata da un apparecchio della potenza di 1 kW in un’ora esatta. O da un phon da 1500 W in 40 minuti, o da un condizionatore da 2 kW in mezz’ora, o da un forno a microonde da 750 W in un’ora e venti minuti alla massima potenza. Un kWh, in Italia, costa ad un utente privato circa 19 centesimi di euro.

Per ora, concentriamoci sul fabbisogno di elettricità delle case e delle industrie italiane. Secondo l’ultimo recente rapporto Terna, nel 2007 l’Italia ha consumato 339.9 TWh (terawattora, cioè miliardi di kWh) di energia elettrica, in aumento dello 0.7% rispetto al 2006. Questo quantitativo, che è talmente grande da essere difficile da immaginare, è comunque circa un settimo dell’energia totale consumata in Italia, e circa i due terzi del fabbisogno di carburante per l’autotrazione, cioè per le auto, i camion, i treni diesel, gli aerei.

Di questi 339.9 TWh di energia elettrica consumati dall’Italia, che corrispondono ad una potenza consumata media di 38.7 GW, solo 293.6 provengono dal nostro territorio, ed i restanti 46.3 (il 13.6% del totale) sono acquistati dall’estero. Si noti, inoltre, che ben 21 TWh di energia vengono dispersi dalla rete elettrica. E non si tratta del solito “spreco all’italiana” (o almeno, solo in parte), ma di un fenomeno irrisolvibile e “fisiologico” del trasporto di energia elettrica, noto come effetto Joule (ancora lui!). Ma non è finita.

La nostra produzione di elettricità si basa per ben l’84.3% sul termoelettrico, cioè sulle centrali che sfruttano la combustione di gas, petrolio, carbone e biomasse: sono tutte fonti “deprecabili”, nel senso che sfruttano la combustione e che quindi comportano direttamente inquinamento dell’aria ed aumento dei cosiddetti “gas serra” nella nostra atmosfera. Per di più, dal momento che tale produzione è basata per il 66.1% dal gas naturale, per il 15.7% dal carbone e per l’8.2% da petrolio e derivati (per fortuna in netto calo), e che di tali materie prima l’Italia ne è assai povera, questo si traduce sostanzialmente in un’enorme importazione di tali fonti, e quindi di una colossale dipendenza dall’estero per il nostro fabbisogno di energia elettrica. Non sorprende che in Italia l’energia costi così cara.

E le fonti “rinnovabili”? Con “rinnovabile” s’intende una fonte energetica che è possibile sfruttare indefinitamente nel tempo, come nel caso del sole, del vento, dei fiumi, dei moti ondosi, del calore del sottosuolo. L’energia idroelettrica copre quasi tutto il resto del nostro fabbisogno elettrico nazionale, con il 12.6% (in forte calo rispetto al 2006 a causa della siccità, ma si spera che questo 2008 ben più piovoso riaggiusti le cose); l’energia geotermica ha contribuito nel 2007 per l’1.75%, quella eolica per l’1.3% (con una produzione in aumento del 36.1% rispetto al 2006). E l’energia solare? Parliamo di numeri talmente bassi da sembrare ridicoli: appena lo 0.013% della produzione nazionale, solo 39 GHw in tutto il 2007. Eppure, è un dato oltre 16 volte più alto rispetto al 2006. E per chi se lo chiedesse: no, non siamo un Paese con un occhio particolarmente negligente verso questa fonte di energia. Al limite, sono Germania e Giappone ad essere Paesi particolarmente fiduciosi.

Alla luce di questi dati, vorrei discutere su quali possono essere le migliori opzioni per la produzione energetica nazionale, ed anche europea, se non addirittura globale, per i prossimi decenni, ed inquadrare tutto il fenomeno all’interno del contesto economico, ambientale e politico. Nel prossimo articolo, parlerò proprio della risorsa che Italia pare essere la meno sfruttata, e sui cui in tanti ripongono immensa fiducia: il solare.

Italia no? Italia sì!

Ultimamente mi si è chiesto perché tifo l’Italia. Una domanda cui molti risponderebbero con un’espressione di perplessità, dando per scontato che il tifo per l’Italia non possa essere messa in discussione. Non voglio comunque lasciarmi niente di dogmatico, finché si tratta di mie decisioni, quindi vorrei rispondere.

Il tifo non è qualcosa che si può sempre controllare. Non sempre si può decidere a tavolino a chi dare il proprio supporto, cioè non sempre si può basare tutto su come un campione gioca in campo, su che spirito mostra, come si comporta anche fuori dal terreno di gioco. A volte lo si fa, ma non sempre. Spesso si tifa qualcuno per affezione, per tradizione, per un senso di coerenza. Ma la Nazionale…

La Nazionale no, esula da tutto questo. Perché la Nazionale rappresenta me come italiano, ed in quegli uomini in campo non vedo solo dei campioni, ma dei vicini di casa, degli ex compagni di scuola, magari dei colleghi di lavoro. Vedo chi sa che gli spaghetti non si devono cuocere per mezz’ora, o cosa ci va su una pizza. Vedo la gente che si è stretta insieme quando Falcone fu assassinato, che ha smadonnato quando è entrato l’euro nei portafogli, che sa che vuol dire quando si parla di Mani Pulite o del problema del Mezzogiorno, che si arrabbia a sentire dei politici ladri e fannulloni.

E’ tutta la mia gente, quella che mi sta intorno, e mi sento parte di loro anche se a volte mi fa girare le scatole. Anche per questo non posso fare a meno di volerle bene.

L\'esultanza dei nostri dopo il gol di De Rossi

A volte tifare la Nazionale è dura. Quando gioca male, non ha lo spirito giusto, non è umile. Ripensando agli ultimi Mondiali, però, è stato tutto il contrario. Criticati, umiliati con le parole, i nostri ragazzi hanno mostrato che non erano campioni di carta, che le vicende di Calciopoli non li rendevano meno atleti e meno uomini. Ed hanno salvato un po’ tutti noi, che già ci sentivamo lo zimbello di tutto il mondo anche nei campi di calcetto. E quella Nazionale l’ho tifata con tutte le mie forze.

E non potevo far mancare il mio appoggio a questi Europei. Siamo partiti male, malissimo. Ma abbiamo reagito da Italiani. Cioè maledicendo l’arbitro per i torti contro la Romania, ma alla fine diventando più forti di tutto e di tutti con la Francia, finalmente schiantata sul campo in una competizione ufficiale dopo ben 30 anni. E’ questa la Nazionale che voglio e che sento mia, quella che cade e si rialza, quella di Cannavaro che non torna a casa ma è lì ad esultare con la gamba infortunata, quella di Cassano che ride e scherza. E allora parte, sincero, onesto e dal cuore il coro: poooo poroppo popoooo poooo…!

Giusto due note sulla partita: grande prestazione corale, come non se ne vedevano dai Mondiali. Su tutti, ovviamente De Rossi, uomo ovunque e grande cuore. E Cassano, indefesso genietto dell’attacco, cui è mancato solo il gol. Ed oggi sono rientrate le grandi geometrie di Pirlo, cui purtroppo dovremmo fare a meno ai quarti contro la Spagna. Peccato per Toni, sfortunato ed impreciso nelle conclusioni, ma sempre con un lavoro di grande spessore. Bravi ancora Grosso e Zambrotta, sempre a spingere sulle fasce. Ed un complimenti a tutti! Forza ragazzi! L’Europeo comincia ora!

Published in: on martedì, 17 giugno 2008 at 23.14  Lascia un commento  
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Quelli che in macchina…

A me piace guidare, anche se la patente l’ho presa relativamente tardi (a 21 anni). Purtroppo negli ultimi tempi gli automobilisti si vedono sempre più privare di questa gioia, perché ogni chilometro viene sempre più visto come soldi che se ne vanno in carburante, ma questa è un’altra storia.

Nella mia carriera al volante, che fortunatamente non mi ha ancora sottratto alcun punto sulla patente, mi sono arrabbiato, rilassato, esaltato come ogni italiano medio alla guida, e mi sono fatto le mie idee. Come tutti, direi. Gioele Dix ha bel sottolineato questa caratteristica dei guidatori italiani con un personaggio di successo alla trasmissione Zelig.

Ho diversi stereotipi quando si tratta di stare alla guida. So bene che gli stereotipi possono distrarre dalla realtà, quando proprio possono essere ingiusti, ma quando sono alla guida mi aiutano a capire a chi prestare meglio attenzione ed a farmi una ragione delle assurdità che vedo in strada. Le mie considerazioni, comunque, sono tra il serio ed il faceto. So bene che esistono le eccezioni: ebbene, quando le incontro mi faccio pochi problemi e mi compiaccio.

Uno di questi è: diffidate da chi guida con un cappello, qualunque esso sia. Fateci caso: nella stragrande maggioranza dei casi, si tratta o di giovanotti da cultura elitaria (perché non sta bene dire “ristretta”) che del rispetto stradale hanno una singolare interpretazione; o di persone anziane ancora abituate all’uso del copricapo in ogni occasione. E le persone anziane, purtroppo, nella stragrande maggioranza dei casi, guidano male: vuoi perché i riflessi sono allentati e quindi vanno piano; vuoi perché hanno la visione limitata e stanno in mezzo alla strada; vuoi perché non sono abituate al traffico intenso dei nostri giorni, ed a volte neppure al codice della strada; vuoi perché il tempo, per loro, non è una priorità… Insomma, i motivi sono molteplici. In tono minore, diffido anche di chi non ha capelli in testa: forse perché se li rasano, e allora sono giovanotti della schiatta di cui sopra; o li hanno persi perché sono vecchi. Tuttavia c’è sempre una grande schiera di pelati per altri motivi…

Forse qualcuno penserà che sono tra quelli che crede che le donne guidino male. Lo ammetto, lo credo davvero! Alla faccia di quanto dicono ai telegiornali, secondo cui le donne guidano meglio perché fanno meno incidenti. Vero, ne fanno meno: ma io do un altro significato alla “buona guida”. Mi accorgo che le donne guidano in maniera più “distratta”, nel senso che per loro l’auto è meramente un mezzo che le porta da A a B e non uno strumento della propria vita. Qualcuno dirà che hanno ragione: tuttavia, guidare non è solo portarsi da un punto all’altro, ma eseguire un’azione in mezzo alla società rappresentata dagli automobilisti. Non basta, quindi, non fare incidenti: serve non rompere le scatole agli altri!

E per questo le donne si prendono più tempo in strada, il che si traduce spesso in vera e propria indecisione; dimenticano spesso l’uso delle frecce, confidando che comunque gli altri non le vengano addosso, e se lo fanno è colpa loro perché chi tampona ha sempre torto; parcheggiano peggio, ma questo forse è perché le manovre per loro sono più dure, perché mediamente più basse, perché con meno muscoli nelle braccia; partono con riflessi bradipei al semaforo e via dicendo.

Le cose peggiorano quando la donna sta guidando un’auto più grossa, tipo una berlina, o alta, come una monovolume, perché dà loro la possibilità di dominare meglio la strada. Peccato che i difetti permangono, e purtroppo con un’auto più grossa ad ingombrare la strada. Naturalmente, non tutte le donne guidano allo stesso modo: le bionde guidano peggio. Sarà perché la loro concezione dell’auto è ancora più bassa, sarà perché sono spesso scarrozzate da volenterosi compagni…

Diffidate anche di chi parla animatamente in auto con il passeggero, magari voltandosi e gesticolando, perché per questi non vi è dubbio: la loro attenzione alla strada è notevolmente diminuita e la loro capacità di reagire in breve tempo nettamente compromessa.

Ripeto che si tratta di stereotipi, e forse neanche, perché nel caso delle donne non credo che solo perché un guidatore è donna allora guida male. In realtà ci sono tantissimi guidatori, anche donne, che vanno benissimo nel traffico. Quelli che mi danno noia, tuttavia, spesso sono donne, più di quante ce ne siano proporzionalmente in strada. Si tratta di una mia impressione e non c’è niente che me la stia facendo cambiare nonostante abbia guidato un po’ in tutte le parti d’Italia.

Non voglio dire, naturalmente, che io sono la perfezione al volante, ci mancherebbe. Anche io a volte faccio fesserie, anche nei confronti degli altri. Ci sono alcuni punti che però ritengo fondamentali nella guida in strada:

  1. Il rispetto della distanza di sicurezza: non è solo una questione di freni e riflessi, ma consente di avere una migliore visione della strada e di anticipare meglio quello che può accadere, permettendo una guida più fluida.
  2. Un uso corretto e tempestivo degli indicatori di direzione (le frecce): avvisare gli altri delle proprie intenzioni riduce notevolmente il rischio di tamponamenti ed altre situazioni pericolose.
  3. Va bene rispettare i limiti di velocità, ma adeguare la velocità al flusso del traffico: a ben vedere, non sarà troppo distante dal limite effettivo. Ma non esitare neppure ad andare più piano se piove abbastanza o se l’asfalto ha problemi.
  4. Se proprio non splende il sole, accendere i fari: aumentano nettamente la visibilità dell’auto. I motocicli lo devono fare a prescindere, e per loro è ancora più importante.
  5. Va bene l’autoradio, ma la musica non deve coprire il rumore ambientale: protrebbe arrivare un’ambulanza e potreste non sentirla.
  6. Mai portarsi il cellulare all’orecchio. Distrae davvero tanto e le mani devono essere entrambe pronte all’azione, se necessario.
  7. I pedoni sulle strisce hanno la precedenza: dategliela, ricordando che un tempo lo eravate anche voi. Per i pedoni: è educato ringraziare il guidatore con un cenno della mano.
  8. Far immettere qualcuno nel traffico spesso non costa nulla (soprattutto se siamo fermi) e può aiutare a snellire l’ingorgo.

In ogni caso, ci sono davvero dei comportamenti che mi danno sui nervi. Si tratta di quelli che in macchina…

  • … non credono che ci siano due corsie per tutti, ma una, larga, per loro!
  • … le frecce le lasciano agli Indiani!
  • … ti stanno attaccati alla targa nonostante non abbiano alcuna speranza di superarti per almeno un paio di chilometri.
  • … per girare a destra invadono la corsia a sinistra (e viceversa), perché siamo in Formula 1 e le curve si fanno in traiettoria… Anche se vanno a 20 km/h.
  • … parlano col cellulare all’orecchio, tanto la guida mica ne risente…
  • … nelle rotatorie, si tengono nella corsia più a destra per prendere poi l’ultima uscita.
  • … si mettono la cintura di sicurezza mentre sono in marcia, forse ignorando il fatto che la macchina sembra che stia facendo il test dell’alce.
  • … vanno pianissimo quando il semaforo segna il giallo, però loro passano, mentre tu ti fermi schiumando rabbia perché è scattato il rosso.
  • … nella rotatoria danno comunque precedenza a destra (spesso sono anziani), rischiando l’incidente e facendo perdere un sacco di tempo perché nessuno più si aspetta che uno si fermi in mezzo alla rotatoria per farlo immettere, e ci vuole del tempo prima di accorgersi dell’assurdita della situazione.
  • … dopo aver rifornito al distributore self-service, vanno a pagare lasciando la macchina accanto alla pompa, impedendo agli altri di rifornire nel frattempo (spesso sono donne).
  • … ti sfanalano con i fari, quando proprio non suonano il clacson, perché vogliono la precedenza… Anche se sei già fermo da un pezzo.
  • … il verde del semaforo è un bel colore, quindi vale la pena di stare un minutino a guardarlo senza partire.
  • … del verde del semaforo non gliene frega niente, ma non partono ugualmente perché stanno scrivendo un SMS al cellulare, si stanno truccando, stanno leggendo il giornale o semplicemente hanno la testa tra le nuvole.
  • … se ne fregano se nell’ultimo tamponamento che hanno fatto i fari si sono spostati e sembrano un altro paio di abbaglianti.

Potete allungare a piacimento questo elenco di persone che strozzereste volentieri in strada. Almeno vi sfogate…

Published in: on giovedì, 6 marzo 2008 at 1.44  Comments (4)  
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