Baraonda energetica, I

Era da tempo che volevo parlare di fonti di energia e di approvigionamento energetico, in ottica principalmente futura. L’argomento è quanto mai non solo “di moda”, perché la questione è di un’importanza che va oltre la moda, ma proprio di interesse nazionale. Il prezzo del petrolio ha raggiunto livelli che solo due anni fa avremmo definito da capogiro, i carburanti sono sempre più salati, e di conseguenza i trasporti incidono sempre di più sui prezzi finali, col risultato di avere un’inflazione al 3.8% senza avere una crescita economia che lo giustifichi (e dunque anzi ne risente terribilmente). Senza contare, poi, i costi dell’elettricità e del gas per il riscaldamento e per la cucina.

Questo sarà il primo di una serie di articoli che voglio scrivere sull’argomento, perché sento che in giro c’è parecchia disinformazione, che riguarda soprattutto la comprensione delle cifre in gioco, che invece giocano un ruolo fondamentale nella progettazione di un piano nazionale energetico decente nei prossimi decenni. Il premier Silvio Berlusconi negli ultimi mesi ha rilanciato l’opzione nucleare per la produzione di energia in Italia; ma sempre più spesso si parla di “energie rinnovabili” (vedremo poi cosa vuol dire), come il solare e l’eolico, e dell’utilizzo di idrogeno al posto di benzina e gasolio; ed ancora di biocarburanti, termovalorizzatori, risparmio energetico e tutta una serie di concetti conciati alla bell’e meglio dai media italiani, per cui uscirne con le idee confuse può essere comprensibile.

Cominciamo innanzitutto col distinguere il concetto di energia, che viene intuitivamente compreso praticamente da tutti come “quantità di sforzo” usato da una persona od un apparecchio, da quello di potenza, che talvolta viene spesso confusa con l’energia e che invece è la quantità di energia che viene fornita o consumata nell’unità di tempo. Affermare quindi che un apparecchio è più potente di un altro, o che assorbe più potenza, significa rispettivamente che può fornire uno sforzo energetico maggiore, o può consumare una quantità di energia maggiore, in un secondo (o in un’ora, un mese, un anno…) rispetto all’altro.

Secondo il Sistema internazionale, l’unità di misura della potenza è il watt, con simbolo W, così chiamata in onore del fisico scozzese James Watt. È comune trovare quest’unità di misura in relazione alle lampadine ed alla loro capacità di illuminare; ma anche relativamente agli elettrodomestici in generale, come un forno a microonde, un asciugacapelli, un aspirapolvere, e pure un frigorifero, un televisore, una radiosveglia. Gli allacci elettrici più comuni forniscono ad ogni abitazione una potenza massima di 3 kW (cioè tremilla watt). Questo significa che la somma della potenza consumata dagli apparecchi e dalle lampadine di una casa non può superare i 3 kW, pena il distacco automatico della fornitura elettrica (e la noiosa pratica di dover riattivare il contatore… al buio, pure).

Invece, in ambito automobilistico (ed in generale motoristico), si rimane fedeli all’utilizzo del cavallo vapore (con simbolo HP, o spesso in Italia CV), corrispondente a circa 745.7 W, per indicare la potenza meccanica fornita da un motore. Questo significa che anche un’utilitaria, come può essere ad esempio la recente Fiat 500 1.2 che ha un motore da 69 HP e quindi 51 kW, è in grado di fornire una potenza ben 17 volte superiore a quella che il gestore elettrico fornisce comunemente alle abitazioni. C’è da ricordare, ovviamente, che in un caso si tratta di potenza elettrica e nell’altro meccanica, e trasformare quest’ultima nella prima è un’operazione con un’efficienza al più del 65% in impianti industriali (cioè, il 65% diventa elettricità ed il restante 35% se ne va in calore); mentre l’operazione inversa ha un’efficienza di oltre il 95%, e dunque anche da questo si capisce come l’elettricità sia una forma di energia grandemente più pregiata rispetto a quella meccanica e, soprattutto, quella termica, oltre che per gli ovvi motivi di praticità e trasportabilità.

L’unità di misura dell’energia è il joule, pronunciato comunemente “giàul” (anche se sarebbe più corretto dire “giùl”, /ˈdʒuːl/, dal fisico inglese James Prescott Joule) ed indicato con il simbolo J. Tuttavia, negli impieghi più comuni non viene usato quasi mai il joule, quanto piuttosto, in ambito soprattutto alimentare, la chilocaloria (o “grande caloria”, o più comunemente ed erroneamente solo “caloria”), con simbolo kcal, corrispondente a 4186.8 joule; ed in ambito più propriamente elettrico il kilowattora, con simbolo kWh, corrispondente a 3.6 milioni di joule. Per i condizionatori d’aria si usa anche il Btu/h, dove un Btu è una british thermal unit, unità britannica di calore, definita in maniera simile alla caloria ma con le unità di misura tipiche anglosassoni. Un Btu equivale a circa 1055 joule. Questo dato però non si riferisce al consumo dell’apparecchio (che può essere anche inferiore, nei modelli più efficienti), ma alla sua capacità di raffreddare o riscaldare l’aria, cioè di immettere o portare via energia termica dall’aria.

Il kilowattora è l’energia consumata da un apparecchio della potenza di 1 kW in un’ora esatta. O da un phon da 1500 W in 40 minuti, o da un condizionatore da 2 kW in mezz’ora, o da un forno a microonde da 750 W in un’ora e venti minuti alla massima potenza. Un kWh, in Italia, costa ad un utente privato circa 19 centesimi di euro.

Per ora, concentriamoci sul fabbisogno di elettricità delle case e delle industrie italiane. Secondo l’ultimo recente rapporto Terna, nel 2007 l’Italia ha consumato 339.9 TWh (terawattora, cioè miliardi di kWh) di energia elettrica, in aumento dello 0.7% rispetto al 2006. Questo quantitativo, che è talmente grande da essere difficile da immaginare, è comunque circa un settimo dell’energia totale consumata in Italia, e circa i due terzi del fabbisogno di carburante per l’autotrazione, cioè per le auto, i camion, i treni diesel, gli aerei.

Di questi 339.9 TWh di energia elettrica consumati dall’Italia, che corrispondono ad una potenza consumata media di 38.7 GW, solo 293.6 provengono dal nostro territorio, ed i restanti 46.3 (il 13.6% del totale) sono acquistati dall’estero. Si noti, inoltre, che ben 21 TWh di energia vengono dispersi dalla rete elettrica. E non si tratta del solito “spreco all’italiana” (o almeno, solo in parte), ma di un fenomeno irrisolvibile e “fisiologico” del trasporto di energia elettrica, noto come effetto Joule (ancora lui!). Ma non è finita.

La nostra produzione di elettricità si basa per ben l’84.3% sul termoelettrico, cioè sulle centrali che sfruttano la combustione di gas, petrolio, carbone e biomasse: sono tutte fonti “deprecabili”, nel senso che sfruttano la combustione e che quindi comportano direttamente inquinamento dell’aria ed aumento dei cosiddetti “gas serra” nella nostra atmosfera. Per di più, dal momento che tale produzione è basata per il 66.1% dal gas naturale, per il 15.7% dal carbone e per l’8.2% da petrolio e derivati (per fortuna in netto calo), e che di tali materie prima l’Italia ne è assai povera, questo si traduce sostanzialmente in un’enorme importazione di tali fonti, e quindi di una colossale dipendenza dall’estero per il nostro fabbisogno di energia elettrica. Non sorprende che in Italia l’energia costi così cara.

E le fonti “rinnovabili”? Con “rinnovabile” s’intende una fonte energetica che è possibile sfruttare indefinitamente nel tempo, come nel caso del sole, del vento, dei fiumi, dei moti ondosi, del calore del sottosuolo. L’energia idroelettrica copre quasi tutto il resto del nostro fabbisogno elettrico nazionale, con il 12.6% (in forte calo rispetto al 2006 a causa della siccità, ma si spera che questo 2008 ben più piovoso riaggiusti le cose); l’energia geotermica ha contribuito nel 2007 per l’1.75%, quella eolica per l’1.3% (con una produzione in aumento del 36.1% rispetto al 2006). E l’energia solare? Parliamo di numeri talmente bassi da sembrare ridicoli: appena lo 0.013% della produzione nazionale, solo 39 GHw in tutto il 2007. Eppure, è un dato oltre 16 volte più alto rispetto al 2006. E per chi se lo chiedesse: no, non siamo un Paese con un occhio particolarmente negligente verso questa fonte di energia. Al limite, sono Germania e Giappone ad essere Paesi particolarmente fiduciosi.

Alla luce di questi dati, vorrei discutere su quali possono essere le migliori opzioni per la produzione energetica nazionale, ed anche europea, se non addirittura globale, per i prossimi decenni, ed inquadrare tutto il fenomeno all’interno del contesto economico, ambientale e politico. Nel prossimo articolo, parlerò proprio della risorsa che Italia pare essere la meno sfruttata, e sui cui in tanti ripongono immensa fiducia: il solare.

Quelli che in macchina…

A me piace guidare, anche se la patente l’ho presa relativamente tardi (a 21 anni). Purtroppo negli ultimi tempi gli automobilisti si vedono sempre più privare di questa gioia, perché ogni chilometro viene sempre più visto come soldi che se ne vanno in carburante, ma questa è un’altra storia.

Nella mia carriera al volante, che fortunatamente non mi ha ancora sottratto alcun punto sulla patente, mi sono arrabbiato, rilassato, esaltato come ogni italiano medio alla guida, e mi sono fatto le mie idee. Come tutti, direi. Gioele Dix ha bel sottolineato questa caratteristica dei guidatori italiani con un personaggio di successo alla trasmissione Zelig.

Ho diversi stereotipi quando si tratta di stare alla guida. So bene che gli stereotipi possono distrarre dalla realtà, quando proprio possono essere ingiusti, ma quando sono alla guida mi aiutano a capire a chi prestare meglio attenzione ed a farmi una ragione delle assurdità che vedo in strada. Le mie considerazioni, comunque, sono tra il serio ed il faceto. So bene che esistono le eccezioni: ebbene, quando le incontro mi faccio pochi problemi e mi compiaccio.

Uno di questi è: diffidate da chi guida con un cappello, qualunque esso sia. Fateci caso: nella stragrande maggioranza dei casi, si tratta o di giovanotti da cultura elitaria (perché non sta bene dire “ristretta”) che del rispetto stradale hanno una singolare interpretazione; o di persone anziane ancora abituate all’uso del copricapo in ogni occasione. E le persone anziane, purtroppo, nella stragrande maggioranza dei casi, guidano male: vuoi perché i riflessi sono allentati e quindi vanno piano; vuoi perché hanno la visione limitata e stanno in mezzo alla strada; vuoi perché non sono abituate al traffico intenso dei nostri giorni, ed a volte neppure al codice della strada; vuoi perché il tempo, per loro, non è una priorità… Insomma, i motivi sono molteplici. In tono minore, diffido anche di chi non ha capelli in testa: forse perché se li rasano, e allora sono giovanotti della schiatta di cui sopra; o li hanno persi perché sono vecchi. Tuttavia c’è sempre una grande schiera di pelati per altri motivi…

Forse qualcuno penserà che sono tra quelli che crede che le donne guidino male. Lo ammetto, lo credo davvero! Alla faccia di quanto dicono ai telegiornali, secondo cui le donne guidano meglio perché fanno meno incidenti. Vero, ne fanno meno: ma io do un altro significato alla “buona guida”. Mi accorgo che le donne guidano in maniera più “distratta”, nel senso che per loro l’auto è meramente un mezzo che le porta da A a B e non uno strumento della propria vita. Qualcuno dirà che hanno ragione: tuttavia, guidare non è solo portarsi da un punto all’altro, ma eseguire un’azione in mezzo alla società rappresentata dagli automobilisti. Non basta, quindi, non fare incidenti: serve non rompere le scatole agli altri!

E per questo le donne si prendono più tempo in strada, il che si traduce spesso in vera e propria indecisione; dimenticano spesso l’uso delle frecce, confidando che comunque gli altri non le vengano addosso, e se lo fanno è colpa loro perché chi tampona ha sempre torto; parcheggiano peggio, ma questo forse è perché le manovre per loro sono più dure, perché mediamente più basse, perché con meno muscoli nelle braccia; partono con riflessi bradipei al semaforo e via dicendo.

Le cose peggiorano quando la donna sta guidando un’auto più grossa, tipo una berlina, o alta, come una monovolume, perché dà loro la possibilità di dominare meglio la strada. Peccato che i difetti permangono, e purtroppo con un’auto più grossa ad ingombrare la strada. Naturalmente, non tutte le donne guidano allo stesso modo: le bionde guidano peggio. Sarà perché la loro concezione dell’auto è ancora più bassa, sarà perché sono spesso scarrozzate da volenterosi compagni…

Diffidate anche di chi parla animatamente in auto con il passeggero, magari voltandosi e gesticolando, perché per questi non vi è dubbio: la loro attenzione alla strada è notevolmente diminuita e la loro capacità di reagire in breve tempo nettamente compromessa.

Ripeto che si tratta di stereotipi, e forse neanche, perché nel caso delle donne non credo che solo perché un guidatore è donna allora guida male. In realtà ci sono tantissimi guidatori, anche donne, che vanno benissimo nel traffico. Quelli che mi danno noia, tuttavia, spesso sono donne, più di quante ce ne siano proporzionalmente in strada. Si tratta di una mia impressione e non c’è niente che me la stia facendo cambiare nonostante abbia guidato un po’ in tutte le parti d’Italia.

Non voglio dire, naturalmente, che io sono la perfezione al volante, ci mancherebbe. Anche io a volte faccio fesserie, anche nei confronti degli altri. Ci sono alcuni punti che però ritengo fondamentali nella guida in strada:

  1. Il rispetto della distanza di sicurezza: non è solo una questione di freni e riflessi, ma consente di avere una migliore visione della strada e di anticipare meglio quello che può accadere, permettendo una guida più fluida.
  2. Un uso corretto e tempestivo degli indicatori di direzione (le frecce): avvisare gli altri delle proprie intenzioni riduce notevolmente il rischio di tamponamenti ed altre situazioni pericolose.
  3. Va bene rispettare i limiti di velocità, ma adeguare la velocità al flusso del traffico: a ben vedere, non sarà troppo distante dal limite effettivo. Ma non esitare neppure ad andare più piano se piove abbastanza o se l’asfalto ha problemi.
  4. Se proprio non splende il sole, accendere i fari: aumentano nettamente la visibilità dell’auto. I motocicli lo devono fare a prescindere, e per loro è ancora più importante.
  5. Va bene l’autoradio, ma la musica non deve coprire il rumore ambientale: protrebbe arrivare un’ambulanza e potreste non sentirla.
  6. Mai portarsi il cellulare all’orecchio. Distrae davvero tanto e le mani devono essere entrambe pronte all’azione, se necessario.
  7. I pedoni sulle strisce hanno la precedenza: dategliela, ricordando che un tempo lo eravate anche voi. Per i pedoni: è educato ringraziare il guidatore con un cenno della mano.
  8. Far immettere qualcuno nel traffico spesso non costa nulla (soprattutto se siamo fermi) e può aiutare a snellire l’ingorgo.

In ogni caso, ci sono davvero dei comportamenti che mi danno sui nervi. Si tratta di quelli che in macchina…

  • … non credono che ci siano due corsie per tutti, ma una, larga, per loro!
  • … le frecce le lasciano agli Indiani!
  • … ti stanno attaccati alla targa nonostante non abbiano alcuna speranza di superarti per almeno un paio di chilometri.
  • … per girare a destra invadono la corsia a sinistra (e viceversa), perché siamo in Formula 1 e le curve si fanno in traiettoria… Anche se vanno a 20 km/h.
  • … parlano col cellulare all’orecchio, tanto la guida mica ne risente…
  • … nelle rotatorie, si tengono nella corsia più a destra per prendere poi l’ultima uscita.
  • … si mettono la cintura di sicurezza mentre sono in marcia, forse ignorando il fatto che la macchina sembra che stia facendo il test dell’alce.
  • … vanno pianissimo quando il semaforo segna il giallo, però loro passano, mentre tu ti fermi schiumando rabbia perché è scattato il rosso.
  • … nella rotatoria danno comunque precedenza a destra (spesso sono anziani), rischiando l’incidente e facendo perdere un sacco di tempo perché nessuno più si aspetta che uno si fermi in mezzo alla rotatoria per farlo immettere, e ci vuole del tempo prima di accorgersi dell’assurdita della situazione.
  • … dopo aver rifornito al distributore self-service, vanno a pagare lasciando la macchina accanto alla pompa, impedendo agli altri di rifornire nel frattempo (spesso sono donne).
  • … ti sfanalano con i fari, quando proprio non suonano il clacson, perché vogliono la precedenza… Anche se sei già fermo da un pezzo.
  • … il verde del semaforo è un bel colore, quindi vale la pena di stare un minutino a guardarlo senza partire.
  • … del verde del semaforo non gliene frega niente, ma non partono ugualmente perché stanno scrivendo un SMS al cellulare, si stanno truccando, stanno leggendo il giornale o semplicemente hanno la testa tra le nuvole.
  • … se ne fregano se nell’ultimo tamponamento che hanno fatto i fari si sono spostati e sembrano un altro paio di abbaglianti.

Potete allungare a piacimento questo elenco di persone che strozzereste volentieri in strada. Almeno vi sfogate…

Published in: on giovedì, 6 marzo 2008 at 1.44  Comments (4)  
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