Il mondo a catafascio

Ci sono due avvenimenti che ultimamente mi stanno molto preoccupando, a livello mondiale. Il primo è il terremoto in Giappone, che mi addolora immensamente per tutto ciò che ha causato al popolo nipponico, cui non può andare molto oltre che la mia solidarietà. Ma, al di là del fatto che sono assolutamente convinto che il Giappone si riprenderà e anche in tempi sorprendentemente brevi (relativamente alla dimensione della catastrofe), c’è dell’altro che mi preoccupa. Non è di sicuro il problema alla centrale nucleare di Fukushima, che ho fiducia che riusciranno a contenere ed in pochi giorni sarà probabilmente risolto.

Si tratta del fatto che l’economia del Giappone, al momento, è in ginocchio e ci vorrà comunque del tempo per farla riprendere. Hanno grossi problemi di produzione di energia elettrica. Una buona parte della produzione industriale è ferma. O distrutta. E se l’economia del Giappone è in ginocchio, quella del resto del mondo trema. Tutti questi sforzi per uscire dalla crisi, e rischiamo di ripiombarci… Lo sanno di sicuro anche nel Sol Levante.

A parte questo, ciò che mi turba ancora di più è, inutile dirlo, la crisi libica. Da 42 anni Gheddafi domina col pugno di ferro la Libia. Gheddafi è un uomo abietto, doppiogiochista e indegno di qualsiasi fiducia, attaccato al potere con tutti i mezzi e con una faccia tosta che non è seconda a nessuno. Non ha esistato a bombardare la sua stessa gente pur di mantenere il controllo sulla Libia, ed un individuo del genere merita solo di marcire in un antro buio per il resto dei suoi giorni. Per poche altre persone al mondo posso esprimere un tale livello di astio, e posso solo dire che non è cominciato con questa crisi libica, ma è ben fermo sin da quando ho cominciato a capire la pasta dell’uomo (i miei genitori passarono diversi mesi in Libia verso la fine degli anni ’70, quindi mi hanno raccontato di esperienze dirette).

Sino ad un paio di settimane fa poteva sembrare che l’insurrezione libica, al pari di quella tunisina ed egiziana, sfociasse in un successo. Molte città erano sotto controllo dei ribelli. Ma non si sono fatti bene i conti col fatto che Gheddafi non è Mubarak e non è Ben Alì, e non ha la minima coscienza di cosa possa essere un Paese civile e come lo si possa governare. Senza pensarci due volte, ha mobilitato il suo esercito contro la sua stessa popolazione ed ha assoldato migliaia di mercenari stranieri.

E “noi” cosa siamo stati a fare? Ma, soprattutto, chi siamo “noi”? Perché prima di rispondere a Gheddafi, bisogna essere consapevoli di chi siamo “noi” e cosa possiamo fare. “Noi” siamo noi Italiani? Il popolo che più ha avuto contatti commerciali, diplomatici e politici con la Libia negli ultimi anni? Cosa può fare l’Italia, in questo caso? Poco o nulla, in questo caso. L’amicizia tra Berlusconi e Gheddafi, vera o di facciata che sia, non può nulla contro le azioni di un assassino. Di certo, l’Italia non può agire militarmente da sola, e ha bisogno di importanti partner a livello internazionale per poter fare qualcosa a livello diplomatico.

“Noi” siamo l’Europa? Quell’Unione Europea che sta dimostrando ancora una volta che non è capace di parlare con una voce sola? Alcuni membri che negano che ci sarà mai un’emergenza profughi che colpirà il Mediterraneo? Molto comodo dirlo dalla Scandinavia! O l’Europa di Sarkozy che riconosce già il Consiglio Nazionale Transitorio della Libia, senza tenere conto che è molto facile sostenerlo a parole ma poi a tutto ciò non c’è alcun fatto concreto a seguito? L’Italia deve per forza schierarsi con i suoi vicini europei, ma questi non hanno una vera posizione se non nel disconoscere Gheddafi con leader libico, il cui unico frutto finora è stato ottenere la promessa di ritorsioni economiche da parte del Colonnello. Nei confronti soprattutto dell’Italia, nonostante il governo si sia espresso sempre in maniera molto cauta.

E del resto, che poteva fare l’Italia se non essere cauta, dal momento che c’è tutto questo tentennamento a capire in fondo il problema che ci può attanagliare? Ci fosse stata una vera posizione unitaria e d’azione su più fronti, diplomatico, politico ed anche militare, l’avrei capito. Invece anche la posizione francese, che in altri momenti avrei apprezzato, dimostra che anche una voce importante come quella della Francia può rimanere isolata. Anche la Gran Bretagna non mostra per nulla l’interventismo che ebbe per l’ultima guerra in Iraq.

“Noi” siamo la comunità internazionale? L’ONU? Ma per favore, siamo seri! Ditemi un solo conflitto nella storia che l’ONU sia mai riuscito ad evitare. Una sola crisi che abbia risolto. Ma perché mai dovrebbe avere una qualche capacità di decidere un’istituzione in cui si riuscono tutti quanti, Paesi democratici e dittatoriali, regimi pacifici e guerrafondai, potenze economiche e lande di miseria, élite culturali e tribù arretrate, comunità laiche e ridde di fondamentalisti. Semplicemente non ha alcun senso. Tra tutti i Paesi cui una questione umanitaria non può fregare di meno, l’unico obiettivo sarà solo il massimo personale. E la cosa si fa ancora più evidente se si pensa che ci sono cinque membri che, per ragioni del tutto anacronistiche, hanno un potere superiore a tutte le altre, essendo membri permanenti del Consiglio di Sicurezza e avendo sempre diritto di veto sulle questioni riguardante la sicurezza internazionale. Come questa. Ed infatti, alla Russia ed alla Cina non gliene importa niente del popolo libico, e sperano solo di ottenere il petrolio della Cirenaica, ed è per questo che non vogliono inimicarsi Gheddafi e sono contrarie alla no fly zone che doveva essere già attiva da almeno tre settimane (e membro di turno nel Consiglio di Sicurezza quest’anno è anche l’India, che avrebbe anch’essa i suoi interessi di natura energetica). Anche qui, insomma, c’è lo stallo più completo.

Chi rimane? “Noi” del Patto Atlantico? Già, la NATO. L’unica organizzazione che aveva mostrato finora un polso a volte pure esagerato. Basti pensare a come è stato rovesciato il regime di Saddam Hussein con un pretesto (non che il baffone non se lo meritasse, ma la cosa ha lasciato pesanti strascichi ed andava gestita molto meglio, a partire dal fatto che, appunto, è successo tutto per un pretesto). La vera potenza dietro la NATO sono gli Stati Uniti d’America. E a capo degli Stati Uniti c’è Barack Obama, in premio Nobel per la pace.

Ma che sta facendo questo signor premio Nobel per assicurare la pace? Assolutamente nulla! Da 5000 chilometri di distanza lancia ammonimenti, proclami di sdegno e blocco dei fondi, ma alla fine il vero impegno concreto non ce lo sta mettendo. Tutte le misure prese finora si sono dimostrate inefficaci contro Gheddafi, che si sta riprendendo il territorio che gli era sfuggito. E ora non c’è più tempo per altro, perché gli insorti non resisteranno che per altri pochi giorni ed un conto congelato non sarà servito a nulla. Per quanto sia difficile da dire, l’unica cosa che può fermare Gheddafi è un intervento militare a supporto dei ribelli, sono i Marines che sbarcano in Cirenaica e prendono a calci nel sedere la milizia del Colonnello, sono le SAS che rispediscono al mittente i mercenari dell’Africa subsahariana, sono gli Eurofighter che spengono sul nascere qualsiasi tentativo di effettuare bombardamenti. Con uno come Gheddafi, le chiacchiere stanno a zero ed è sempre stato lui stesso a metterlo in chiaro, se qualcuno non l’avesse capito.

E invece, quanto di tutto questo sta accadendo? Niente di niente, neanche uno straccio di supporto logistico agli insorti. Anche la Lega Araba ha espresso il suo appoggio alla no fly zone, ma io mi sto ancora chiedendo cosa stiano aspettando gli Stati Uniti a dare il via libera alle operazioni. Non vorranno davvero aspettare l’appoggio dell’ONU? Perché Obama è immobile? Cos’altro stiamo aspettando? Veramente, mai come in questo momento risulta chiaro come gli Stati Uniti abbiano il potere di raddrizzare una situazione molto pericolosa e drammatica, e invece tentennano. Ho l’idea che prima o poi gli Americani si accorgeranno di tutto questo e tra un anno e mezzo daranno il ben servito al loro premio Nobel, che sta dimostrando molto meno coraggio del suo Segretario di Stato.

L’Europa per ora rimane ferma a disconoscere Gheddafi, ma cosa succederà se davvero il leader libico avrà la vittoria finale? Cosa potremmo dire a chi ci chiederà perché abbiamo permesso che, nel disperato tentativo di disfarsi di un dittatore sanguinario, tanti libici morissero? Che non eravamo d’accordo? Fino a che punto potremo tapparci occhi e orecchie e fare finta che si tratti solo di uno Stato che sta semplicemente dirimendo una questione interna?

Se non si prendono decisioni, Gheddafi vincerà e ce l’avrà con tutto il mondo occidentale che l’ha scaricato (e che, a dire il vero, non vedeva l’ora di farlo). Che farà il mondo occidentale, che ha disconosciuto Gheddafi? In Libia l’Italia ha contratti commerciali. In Libia ci sono italiani che lavorano. E se per pure miracolo vinceranno gli insorti, chi dovranno ringraziare? Non ce l’avranno a loro volta con il mondo occidentale che ha permesso che per oltre un mese prendessero bombe in testa? E a quel punto da chi avranno concreta solidarietà? Dalla Cina, dalla Russia? O magari dagli estremisti islamici che altro non aspettavano?

Insomma, comunque la si guardi mi pare che si stia profilando un disastro. Aspetto con ansia le prossime notizie.

Pace dei sensi

Non credo di riproporre un argomento originale parlando del recente premio Nobel per la Pace vinto dal Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, ma a cinque giorni di distanza dall’assegnazione posso mettere insieme alcuni pensieri coerenti.

Il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama

La prima considerazione, che è venuta subito in mente a tutti, è che Obama non ha fatto poi granché per meritarsi ciò che dovrebbe essere il massimo riconoscimento a chi più di tutti ha concorso attivamente per la pace mondiale. Sfido chiunque a non essersi mostrato stupito all’annuncio della vittoria di Obama, che da appena 10 mesi è Presidente degli Stati Uniti, e che solo in quanto tale può aver fatto qualcosa di significativo (perché un posto da senatore americano, francamente, non mette molto in luce). Anzi, a voler essere cinici, si può dire che la presidenza di Obama è finora quella sotto la quale c’è il maggior sforzo militare in Afghanistan, ed inoltre che un simbolo della pace non dovrebbe rifiutarsi di incontrarne un altro, come invece aveva fatto poco prima col 14esimo Dalai Lama. Perché, di concreto, non c’è stato proprio nulla.

Il fatto che Obama stesso abbia riconosciuto di non meritarsi il premio mi fa ben sperare, ma dall’altra parte mi preoccupa. Dal mio punto di vista, infatti, un Nobel per la Pace dev’essere un simbolo della pace stessa, un esempio per tutti, un’utopia per tanti. Ma può un Presidente degli Stati Uniti operare in questo ruolo? Stiamo parlando della nazione con l’esercito più numeroso, più addestrato e meglio equipaggiato del mondo (c’è giusto quello israeliano che può competere), una nazione con un’influenza politica ed economica impareggiabile. L’ago della bilancia della diplomazia mondiale, quella che più di tutti può raddrizzare i torti e far abbassare la cresta ai dittatori di turno, con le buone… o con le cattive.

Dunque, Barack Obama come il Dalai Lama? Se vogliamo fare una rima sì, ma altrimenti no. Non potrebbero mai esserlo: Barack Obama, come ogni Presidente degli USA, dev’essere il campione della realpolitik, e fare cioè che dev’essere fatto, e non ciò che è giusto fare, perché non sempre ciò che è giusto fare porta ai risultati migliori, quelli che servono davvero al benessere di tutti. Quando, qualche giorno fa, Obama lasciò ad un suo delegato di incontrare il Dalai Lama (mentre il suo predecessore George W. Bush lo incontrò di persona), ne fui contrariato ma riconobbi in Obama il ruolo di colui che sa quello che fa. Ora, invece, come cambieranno le cose?

C’è una crisi economica mondiale da cui ci stiamo sollevando lentamente e delicatamente tutti quanti; c’è una crisi militare in Afghanistan; c’è una crisi politica con Cina, Venezuela, Corea del Nord e soprattutto Iran, che paiono aver rialzato la cresta da quando Barack Obama ha soppiantato Bush. A me, infatti, pare che la linea estera di Obama, così diversa da quella di Bush, abbia portato tante belle parole ma ben pochi risultati concreti, ed anzi abbia procurato agli Stati Uniti ed alla diplomazia mondiale un sacco di perdite di tempo se non dei veri e propri smacchi (i lanci missilistici iraniani ne sono un chiaro esempio). Come dovrebbe reagire un Presidente degli Stati Uniti d’America a tutto questo? Ma la domanda pressante ora è: come reagirà il Presidente degli Stati Uniti e vincitore del Premio Nobel per la Pace Barack Obama?

Gli estremi sono due: o Barack Obama continuerà per la sua strada, lasciando in bacheca il suo importante riconoscimento, oppure cercherà di meritarlo in tutto e per tutto, inquadrando tutto nell’unica ottica pacifista e così indossando le vesti di un ruolo che non gli compete. In mezzo, tutto un ventaglio di possibilità. Capire dove penderà la bilancia, se da quella del Presidente degli Stati Uniti o del Premio Nobel per la Pace, non sarà affatto semplice, ma se dovesse pendere dalla parte del Nobel allora sarò convinto che la scelta del comitato sia stata quanto mai sciagurata. È una mia convinzione, forse verrò smentito dai fatti e vorrà dire che questo mondo è migliore di quanto lo dipingessi, ma al momento sono pessimista. Ed un pessimista, si sa, è solo un ottimista meglio informato…

D’altra parte, un Presidente degli Stati Uniti è comunque alla mercé del suo popolo, ed ora il suo popolo, più che riconoscere in Obama un grande uomo che ha ridato la speranza di pace nel mondo, lo sta canzonando in tutti i modi, sino a dipingerlo come vincitore di premi Oscar, delle Olimpiadi e del campionato di basket. Segno, forse, che gli Americani sono capaci di dare il giusto peso a questo Nobel per la Pace 2009, cioè molto poco, e che lo archivieranno presto come un capriccio politico di un gruppo di benpensanti europei. Insomma, un’ultima chicca dopo i premi Nobel per la Pace dati a dittatori sovietici come Mikail Gorbaciov (1990), a terroristi come Yasser Arafat (1994) ed a pessimi presidenti come Jimmy Carter (2002). Ed allora Obama tornerà ad essere di nuovo il Presidente degli Stati Uniti. E basta.

Io sono sempre stato convinto che il detto romano: “Si vis pacem, para bellum” (“se vuoi la pace, prepara la guerra”), fosse tutt’altro che peregrino, e che contro chi non ha la minima intenzione di ragionare un’azione di forza possa essere efficace per riportare a più saggi consigli, se non proprio ad eliminare il problema per se stessi ed anche per gli altri (senza comunque dover scatenare putiferi come la guerra in Iraq, s’intende), ma non credo che sia quella la filosofia che sta alla base delle motivazioni che hanno portato il Nobel ad Obama. Ed è naturale, quindi, che mi chieda quale strada seguirà.

Al momento, c’è poco da aggiungere. Troppo poco tempo è passato. Contro l’Iran ci sono state parole dure, e nuovamente alludevano all’uso delle armi, ma stavolta a pronunciarle è stata la Segretaria di Stato Hillary Clinton: approccio consuetudinario o cambio di linea politica? C’è solo da aspettare e da capire.

Contro Obama non ho niente in particolare, anche se mi è sempre parso uno che si è sempre vestito delle sue parole. La sua più importante riforma, quella sanitaria (che in Europa sarebbe quasi scontata), in America appare forzosa e anacronistica in tempi di crisi economica. Obama è in difficoltà, forse ingrate, nei sondaggi e lui se la prende con i network che gli sono avversi, un po’ come Berlusconi (con la differenza che la Fox è un gruppo privato). Sono estremamente dubbioso sulla sua politica energetica e sull’idea di basare su di essa il rilancio dell’economia, per non parlare della contemporanea riduzione del debito pubblico. In ogni caso, molto c’è ancora da fare e spero solo che il suo Nobel, più che rimescolare le carte, non le getti proprio all’aria.

Published in: on mercoledì, 14 ottobre 2009 at 22.41  Lascia un commento  
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